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8 Marzo, sciopero generale (anche) contro lo sfruttamento del lavoro riproduttivo

Nazionale,

L’8 marzo, sarà ancora una volta una giornata di lotta internazionale. Uno sciopero generale che sta crescendo di ora in ora e che metterà al centro del discorso le disuguaglianze e la violenza di genere in tutte le forme attraverso le quali pervadono la vita delle donne.

Quest’anno abbiamo scelto di attraversare i tempi che ci separano dallo sciopero denunciando, in decine e decine di partecipate assemblee nei luoghi di lavoro, le storiche disuguaglianze di genere nel mondo del lavoro.

I dati che abbiamo raccolto in “Donne sull’orlo di una crisi di numeri” chiariscono già da soli parte delle ragioni dello sciopero: differenziali retributivi, segregazione nei settori poveri, barriere in ingresso al lavoro, precarietà, part-time involontario, dimissioni in bianco all’atto dell’assunzione, molestie nei luoghi di lavoro, pensioni povere.

Poco, invece, ci siamo soffermate nell’analisi di quel lavoro riproduttivo (domestico e di cura) che tanto continua a pesare sulla vita delle donne - 50 miliardi e 600 milioni di ore di lavoro gratuito delle donne contro i 41 miliardi e 700 milione di ore di lavoro retribuito dell’intera popolazione maschile e femminile - e che pure è parte integrante della chiamata allo sciopero.

Un lavoro completamente gratuito e privo di riconoscimento sociale e che anche quando entra nel mercato è tra i più sfruttati e malpagati e, nella maggior parte dei casi, delegato alle donne straniere e migranti.

Un lavoro destinato a crescere ad ogni stadio di arretramento del welfare pubblico, sempre più privatizzato e sempre meno accessibile a quanti non sono in grado di permetterselo.

L’occasione di approfondimento ce la fornisce una ricerca appena pubblicata dall’ANMIL (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro) dal titolo evocativo “Faccende pericolose” che, seppur focalizzata specificatamente sulle casalinghe, ci fornisce dati di analisi in grado di fotografare una realtà, altrimenti, sommersa.

Le casalinghe sono 7milioni e 338mila, lavorano gratuitamente 20 miliardi e 349 milioni di ore annue pari a 2539 ore a testa, corrispondente a 49 ore settimanali. Più della metà vive al sud ed ha una media di 60 anni circa.

Le statistiche ufficiali non hanno mai tentato neanche una stima del valore economico corrispondente a questa produzione. L’unico dato viene da un’indagine di ProntoPro.it che stima tale valore pari a 3.045 euro netti al mese.

Non bastasse ciò lo studio ci fornisce i dettagli delle condizioni dure e pericolose di questo lavoro.

Nel 2017 sono state coinvolte in incidenti domestici circa 600.000 casalinghe. Le lesioni più comuni sono le fratture (36% del totale), le ustioni (18,5%) e le ferite da taglio (15%). Una recente stima epidemiologica effettuata dall’Istituto Superiore di Sanità valuta in circa 8 miliardi l’anno i costi diretti e indiretti per la collettività derivanti dagli incidenti domestici.

Insomma, non solo lavoro gratuito ma anche altamente pericoloso. Ma tra i costi che genera il lavoro non retribuito delle donne dobbiamo annoverare anche la più alta esposizione alla violenza domestica e l’impossibilità di uscirne a causa della mancanza di autonomia economica.

L’ISTAT, poi, sottolinea che la situazione economica delle casalinghe è peggiore di quella delle occupate perché le casalinghe vivono maggiormente in famiglie monoreddito e quindi sono più esposte al rischio di povertà, soprattutto nel Sud. Quasi la metà delle casalinghe (47,4%) afferma che le risorse economiche della famiglia sono scarse o insufficienti.

Insomma le casalinghe lavorano tanto, non sono retribuite ed hanno un alta incidenza di infortuni e malattie “professionali”.

Questi pochi dati, uniti a quelli delle disuguaglianze nel mondo del lavoro e allo smantellamento del welfare pubblico, aiutano a capire quale modello di società hanno in mente i paladini della “famiglia tradizionale”, quelli per i quali il posto delle donne è a casa!
Numerosi e impresentabili esponenti di governo, alleati con estrema destra e integralismo religioso, hanno lanciato una crociata contro l’autodeterminazione delle donne per difendere un mondo di donne sfruttate, prive di diritti e autonomia economica, sottomesse agli uomini e in cui la violenza domestica ritorni ad essere un fatto “privato”.

Non ci stancheremo mai di lottare contro lo sfruttamento. Per il diritto all’autodeterminazione, contro la precarietà del lavoro e della vita; per il diritto alla casa, al lavoro e alla parità salariale; per un reddito di base universale e incondizionato; per il diritto ai servizi pubblici gratuiti e accessibili; per il diritto all’istruzione e ad una pensione dignitosa; per il diritto alla libera circolazione delle persone.  

Ci vediamo nelle piazze!

Unione Sindacale di Base – Esecutivo Confederale