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Regionalizzazione, concorsi farsa, mobilità negata, organici ridotti. Questa è la scuola del governo pentaleghista

Roma,

Nonostante i proclami dello scorso settembre, il governo Lega/5Stelle continua ad agire in piena continuità con i governi di destra e di sinistra. L'attuale esecutivo non ha proposto soluzioni concrete, né ha cancellato la legge 107/15, altrimenti detta Buona Scuola; il modello di scuola che propone non è che il tentativo di abbellire la facciata di una istituzione alla quale si vuole continuare a togliere credibilità, strumenti e risorse. Togliere alla scuola pubblica statale, soprattutto, la sua linfa vitale: la dignità dei suoi lavoratori.

 

Il balletto farsesco per l'inserimento nell'organico di diritto dei posti liberatisi con i pensionamenti della quota 100, si è concluso con un nulla di fatto! Quei posti non solo non sono stati messi a disposizione dei movimenti per la mobilità, ma sono stati anche negati alle immissioni in ruolo. I posti richiesti dal MIUR, già troppo risicati per le esigenze di una scuola costretta a vivere ancora oggi con le classi pollaio determinate dalla legge Gelmini, sono stati ulteriormente tagliati dal MEF, adducendo la scusa ridicola della decrescita della popolazione studentesca. Così, in alcune regioni ha assegnato un contingente per le immissioni in ruolo decisamente sottodimensionato. Tutte queste cattedre non assegnate ai ruoli si andranno ad aggiungere a quelle già presenti in organico di fatto e assegnate ai docenti precari. Non è una buona notizia, in un sistema in cui a questi docenti non si garantiscono percorsi di formazione adeguati e gratuiti, in un contesto lavorativo in cui i sindacati concertativi hanno sottoscritto nel 2018 un contratto collettivo nazionale che conferma le differenze salariali e nega loro parità di diritti a livello giuridico. I docenti precari vivono i maggiori disagi, in un contesto come quello italiano in cui l'aumento della povertà e le diffuse condizioni di difficoltà lavorativa per tante famiglie dovrebbe comportare un intervento da parte dello Stato più cospicuo in termini di risorse economiche, al fine di fare davvero la differenza per l'istruzione di tutti. Invece, sulla scuola non solo non si investe (e si continuano a finanziare le scuole paritarie) ma si continua a tagliare. Abbiamo la netta sensazione che l'attivismo sui social da parte del Ministro Bussetti e di altri ministri di questo governo, che spesso parlano di scuola, siano utili unicamente alla loro propaganda mediatica. Certo la sensazione indotta all'esterno del mondo scolastico è che si stiano operando delle larghe concessioni per assumere o per formare i futuri docenti. La realtà invece è che la scuola italiana va verso un'ulteriore trasformazione in negativo attraverso concorsi che bandiscono pochi posti per le immissioni ruolo, che vincolano per 5 o più anni il personale assunto nella provincia di assunzione ledendo in questo modo il diritto riconosciuto anche dalla Costituzione alla mobilità. Si ha la sensazione che si voglia far credere ai cittadini che si sta lavorando per la formazione dei futuri docenti, senza specificare che tutta questa formazione è a carico degli stessi insegnanti e pari a due mensilità del loro stipendio. Non possiamo che sbugiardare questa retorica trionfalistica, fondata su numeri che oggettivamente raccontano una scuola al collasso. Che scuola vogliamo noi? Una scuola con 20 alunni per classe, in cui a tutti gli studenti con disabilità venga assegnato il giusto numero di ore di sostegno; una scuola dove i docenti non siano ricattati dal blocco della mobilità o selezionati dalle possibilità economiche che gli consentono di accedere a una formazione specifica; una scuola in cui si assuma su tutti i posti in organico di fatto perché del precariato non ne possono più i docenti, le famiglie e gli studenti tutti; una scuola in cui la Buona Scuola renziana sia abolita e non leggermente modificata; una scuola in cui ci vengano consentiti gli strumenti migliori per fare didattica senza piegarla ai bisogni delle aziende; una scuola statale unica e unita. Perché i problemi di questa scuola statale non sono regionali, non sono territorialmente diversi, così come sono identici i bisogni dei nostri studenti.