Al tavolo odierno, presso il MIMIT, USB ha espresso con chiarezza la rabbia dei lavoratori di fronte a una discussione che rischia di trasformarsi nell’ennesimo rinvio, proprio mentre il tempo è ormai esaurito.
Stigmatizziamo innanzitutto l’assenza di qualsiasi ministro, degli esponenti istituzionali delle regioni e dei comuni interessati ad un confronto che dovrebbe affrontare una delle più gravi crisi industriali e occupazionali del Paese. Il Governo continua a dichiarare di volersi assumere le proprie responsabilità, ma a un tavolo di questa importanza non ha ritenuto necessaria neppure la presenza politica dei ministri competenti.
Il Ministero ha riconosciuto le responsabilità della politica e annunciato una fase di ascolto con le organizzazioni sindacali, le istituzioni territoriali e gli altri soggetti coinvolti. È stata inoltre confermata la valutazione su un possibile nuovo avviso pubblico e la disponibilità a individuare risorse e strumenti sulla base delle future scelte del Governo.
Ma non basta dichiarare di volersi assumere la responsabilità. Occorre decidere rapidamente quale futuro si vuole costruire per la fabbrica, per i lavoratori e per Taranto.
Circa 3.000 lavoratori degli appalti rischiano di fermarsi a breve. Migliaia di famiglie continuano a vivere tra cassa integrazione, incertezza salariale, malattie professionali, impianti deteriorati e infortuni mortali. Negli ultimi anni il costo della crisi è stato scaricato sempre e soltanto sui lavoratori.
Si continua a discutere di bandi, investitori e assetti industriali pensando a salvare la nave, senza mettere prima in salvo i passeggeri e senza garantire l’unitarietà del gruppo industriale, ribadendo la nostra storica richiesta di evitare qualsiasi soluzione a spezzatino che spacchi Acciaierie d’Italia e il suo perimetro produttivo, a partire dagli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e degli altri siti del gruppo.
Prendiamo atto che nel corso del tavolo sono emerse posizioni differenti anche tra le organizzazioni sindacali presenti, segno di un quadro ancora frammentato e lontano da una sintesi condivisa. USB ritiene invece che su una vertenza di questa portata serva una linea chiara e coerente, senza ambiguità che rischiano di indebolire la risposta dei lavoratori.
Qualsiasi progetto deve partire da garanzie immediate per l’intero perimetro occupazionale: lavoratori diretti di Acciaierie d’Italia, dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria, lavoratori degli appalti e dell’indotto.
La misura principale che proponiamo è un reddito di transizione, capace di garantire il 100% della retribuzione per tutto il periodo necessario alla riconversione industriale e ambientale.
Questo strumento deve riguardare tutto il perimetro occupazionale, senza lasciare indietro nessuno. I lavoratori non devono pagare, attraverso la riduzione del salario e l’impoverimento delle proprie famiglie, il costo degli errori commessi dalla politica e dalle precedenti gestioni.
Il perimetro occupazionale deve essere garantito integralmente, con o senza l'area a caldo, con o senza l'acciaio. A prescindere.
A questa garanzia devono accompagnarsi il riconoscimento dell’esposizione all’amianto per tutti coloro che hanno lavorato per anni nello stabilimento, anche alla luce della recente pronuncia del Tribunale di Milano, e il riconoscimento del lavoro usurante per il comparto siderurgico. Le condizioni vissute dentro la fabbrica devono produrre conseguenze concrete sul piano previdenziale, consentendo ai lavoratori di andare in pensione prima e con un trattamento dignitoso.
Abbiamo inoltre confermato la richiesta di incentivi all’esodo fino a 175.000 euro, cifra che deriva da un calcolo preciso che tiene conto dell’inflazione e del forte aumento del costo della vita degli ultimi anni, e la possibilità di utilizzare lavori di pubblica utilità per i lavoratori temporaneamente sospesi. La cassa integrazione non è un privilegio e deve cessare la propaganda che descrive i lavoratori come fannulloni.
Sul futuro industriale la nostra posizione resta netta: continuare ad affidare Acciaierie d’Italia ai privati significa ripetere gli stessi errori del passato. Con Mittal abbiamo visto impianti privati degli investimenti necessari e lavoratori degli appalti lasciati per mesi senza stipendio.
La nazionalizzazione e l’intervento pubblico diretto sono condizioni imprescindibili. Soltanto lo Stato può assicurare le risorse necessarie, la sicurezza degli impianti, la piena decarbonizzazione, la continuità occupazionale e la tutela delle decine di migliaia di famiglie coinvolte.
Accanto alla fabbrica esiste il futuro di Taranto, una comunità che ha subito per decenni le conseguenze sanitarie e ambientali della produzione e che, contemporaneamente, dipende dallo stabilimento come principale polmone occupazionale.
Servono misure straordinarie per diversificare l’economia del territorio: una zona fiscale agevolata per attrarre attività diverse dall’industria pesante - condivisibile la proposta del Commissario Ferrarese - investimenti pubblici e strumenti capaci di contrastare l’emigrazione giovanile e lo spopolamento della città.
Il Governo ha dichiarato di voler costruire un intervento straordinario e di non volersi trovare impreparato. Ora deve passare dall’ascolto alle decisioni.
USB ha finito la pazienza. Prima vengono il reddito, il lavoro, la salute e la sicurezza dei lavoratori; poi si discute di tutto il resto. Servono risorse certe, tutela integrale dell’occupazione e una scelta politica chiara: nazionalizzare Acciaierie d’Italia e costruire un futuro industriale, ambientale e sociale diverso per Taranto.
USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale
Aderente
alla FSM