Il dato politico di fondo è uno: il governo guidato da Giorgia Meloni esce sconfitto dal segnale netto arrivato dal cosiddetto “No sociale” al referendum. Si tratta di una battuta d’arresto che segnala una frattura profonda tra chi governa e il Paese reale. Una distanza che si è allargata e che ha avuto nel lavoro e nell’industria il suo terreno principale.
Mentre si costruiva una narrazione fatta di stabilità, crescita e centralità dell’impresa, la realtà materiale ha seguito una traiettoria diversa: un vero e proprio crollo industriale, crisi aziendali diffuse, aumento della precarietà e compressione salariale.
Questo è il risultato di quasi tre anni di politiche che hanno accettato – e in alcuni casi accelerato – un modello di sviluppo fondato sulla competizione al ribasso, sulla frammentazione produttiva e sulla subordinazione delle scelte industriali alle logiche finanziarie e geopolitiche.
Questa linea si inserisce dentro un contesto globale segnato da un’escalation che investe direttamente anche la nostra economia. Il posizionamento internazionale del governo italiano si è progressivamente allineato a quello di Donald Trump e, più in generale, a un blocco politico che interpreta la competizione globale sempre più in chiave militare.
La conseguenza è una deformazione profonda del dna delle politiche industriali: sempre più risorse vengono indirizzate verso la produzione militare e il riarmo, mentre settori strategici civili vengono lasciati senza una visione e senza investimenti adeguati. Si tratta di una scelta che ridefinisce le priorità produttive del Paese e che sposta l’asse dello sviluppo verso un’economia di guerra.
Dentro questo quadro, ciò che sta avvenendo sul piano internazionale assume una gravità estrema. Le operazioni militari condotte da Israele continuano a colpire la popolazione palestinese, estendendosi anche ad altri fronti come il Libano e l’Iran, in un’escalation che rischia di destabilizzare ulteriormente l’intera area. Il governo italiano mantiene un posizionamento che, nei fatti, legittima questa dinamica, anche attraverso relazioni economiche e commerciali che coinvolgono il settore della difesa.
Il legame tra politica industriale e scenario internazionale è diretto. La riconversione verso il riarmo avviene mentre nel Paese si moltiplicano crisi industriali, chiusure e ristrutturazioni. Le risorse pubbliche vengono orientate senza una strategia complessiva di sviluppo civile, mentre il lavoro continua a essere sacrificato.
E ovviamente c'è la questione salariale. Negli ultimi anni si è consolidato un modello in cui la competitività viene costruita comprimendo il costo del lavoro. Pessimi contratti, salari fermi o in perdita reale rispetto all’inflazione, diffusione del part-time involontario, utilizzo strutturale della precarietà. La redistribuzione della ricchezza prodotta si è progressivamente ridotta, ampliando le disuguaglianze e indebolendo la domanda interna.
Il risultato è un sistema che produce ricchezza ma la concentra sempre di più, scaricando sul lavoro il peso delle trasformazioni. Una dinamica che si riflette in tutte le vertenze aperte: dalle grandi crisi industriali alle condizioni nei magazzini della logistica, fino ai servizi.
In parallelo, si rafforza una tendenza che riguarda direttamente i diritti: l’intervento del governo sulla legge Legge 146/1990, estesa anche al settore della logistica, rappresenta un passaggio grave. La restrizione del diritto di sciopero colpisce uno degli strumenti fondamentali di tutela collettiva, proprio nei settori dove il conflitto ha prodotto negli ultimi anni avanzamenti concreti.
Questo intervento si colloca dentro una torsione più ampia, che investe i rapporti tra poteri e la stessa qualità democratica del Paese. Il segnale arrivato dal referendum va letto anche in questa chiave: una risposta a un’impostazione che tende a comprimere gli spazi di partecipazione e di conflitto sociale.
Dentro questo scenario emerge con chiarezza un elemento centrale: la ricchezza continua a essere prodotta nei luoghi di lavoro. Nelle fabbriche, nei magazzini, nei porti, nelle piattaforme logistiche, nei servizi. Nel lavoro vivo.
Senza il lavoro operaio, questo Paese si ferma.
Si tratta di un dato strutturale. La produzione industriale, l’innovazione tecnologica e la transizione energetica passano dalle competenze, dalla capacità e dall’intelligenza di chi lavora. Eppure, proprio questo lavoro continua a essere trattato come variabile dipendente.
La contraddizione è evidente: il lavoro resta centrale nella produzione della ricchezza, ma marginale nelle decisioni su come quella ricchezza viene organizzata, distribuita e orientata. Da questa asimmetria nasce il vicolo cieco attuale: deindustrializzazione strisciante, impoverimento sociale, polarizzazione dei redditi e una riconversione dell’economia sempre più piegata alle esigenze della competizione internazionale e della corsa al riarmo.
Da qui prende forma il senso dell’Assemblea Nazionale Operaia. Uno spazio di organizzazione e indirizzo che punta a rimettere il lavoro al centro delle scelte economiche e sociali.
Se il lavoro è la fonte della ricchezza, deve diventare anche il soggetto che orienta il cambiamento.
Questo implica un ribaltamento dell’impostazione dominante: politiche industriali guidate dall’interesse collettivo, risorse pubbliche vincolate a obiettivi occupazionali, ambientali e sociali, presidio e coordinamento delle filiere strategiche, gestione delle crisi aziendali come nodi di politica industriale.
Il punto centrale resta la costruzione di una soggettività operaia organizzata, capace di incidere nei processi decisionali. La questione riguarda i rapporti di forza: chi decide cosa produrre, come produrre e per chi.
“Noi indispensabili” definisce esattamente questo: il ruolo materiale del lavoro nella società. Da qui si apre la possibilità di costruire un modello di sviluppo diverso, in cui il lavoro diventa il punto di partenza per ridefinire l’economia.
Il passaggio politico attuale richiede una scelta netta: proseguire lungo una traiettoria fatta di precarietà, compressione salariale e subordinazione alle logiche di guerra, oppure aprire una fase nuova in cui il lavoro torna a essere il perno delle scelte.
L’Assemblea Nazionale Operaia si colloca dentro questa prospettiva, con l’obiettivo di trasformare una consapevolezza diffusa in una forza organizzata capace di incidere concretamente.