Mentre l’Amministrazione procede a passo spedito con l’attribuzione dei nuovi contratti di lavoro agile, ci troviamo davanti a uno scenario surreale: in assenza delle attese FAQ, si procede “ad orecchio”. Le interpretazioni della Policy che giungono dagli uffici fanno seriamente dubitare della padronanza della lingua italiana da parte di chi dovrebbe fornire linee guida certe.
Le FAQ, sebbene già inviate in informativa ai sindacati firmatari e solo successivamente alle RSU dei Dipartimenti centrali – con un palese spregio dell’art. 7 del CCNL FC nei confronti delle altre RSU – restano chiuse nei cassetti. A pensar male si fa peccato, ma il sospetto è che il ritardo sia dovuto a lotte intestine all'Amministrazione. Se così fosse, sarebbe gravissimo: le note esplicative non possono essere adattate a piacimento o usate come merce di scambio a scapito dei lavoratori.
Uno dei punti più critici riguarda la distribuzione delle fasce di contattabilità. L'art. 6 della Policy è chiaro: la contattabilità non può superare l'orario medio giornaliero. Eppure, assistiamo a tentativi di spalmare le ore tra mattina e pomeriggio in modo rigido, sacrificando l’essenza stessa del lavoro agile: la conciliazione vita-lavoro. USB lo aveva denunciato in tempi non sospetti: questa Policy è priva di reali tutele e troppo sbilanciata a favore della discrezionalità dirigenziale.
La responsabilizzazione e flessibilità restano slogan. Senza criteri di misurazione oggettivi, il rapporto negoziale tra dirigente e lavoratore diventa un monologo del primo.
Siamo in presenza di vere proprie esclusioni punitive: il rinvio dello smart working per i neoassunti e l'esclusione di chi ha sanzioni disciplinari sono norme discriminatorie e prive di nesso logico con la prestazione lavorativa.
In questo quadro esce rafforzato solo il potere assoluto dei Dirigenti. La decisione su autorizzazioni e sospensioni è rimessa a “fattori abilitanti” mai definiti. Nessuna garanzia reale per lavoratori fragili, caregiver o persone con disabilità.
La rigidità organizzativa è un altro limite della Policy. Infatti, le 6-8 giornate mensili (riducibili!) trasformano il lavoro agile in una “concessione” e non in una modalità ordinaria. Il rischio operativo (malfunzionamenti sistemi informatici) ricade interamente sul dipendente, avendo negato la precedente possibilità di recupero delle giornate non fruite in ragione di necessità tecniche o di funzionalità dei servizi.
La immotivata burocrazia prevista per i lavoratori più fragili che sono tenuti al rinnovo annuale delle certificazioni per la “maggior esposizione ai rischi” è un inutile aggravio per chi vive condizioni di salute difficili.
A breve prevediamo che anche per il Co-working ci sarà una situazione ingestibile stante un sistema farraginoso, privo di software di prenotazione adeguati, che rende il coordinamento tra sedi un incubo amministrativo.
USB ritiene inaccettabile la “neutralizzazione” della contrattazione di terzo livello nelle sedi di RSU, svilita a semplice atto notarile di recepimento dei criteri di priorità previsti dall’Accordo Nazionale del 16 febbraio 2026.
Infine, l'Amministrazione che parla di mobilità sostenibile centellina i giorni di lavoro agile mentre il costo del carburante esplode a causa della guerra. Senza garanzie sul numero di giornate di lavoro agile, il risparmio degli spostamenti casa-lavoro resta legato al “buon cuore” del dirigente e non a una politica strutturale di sostegno al reddito e all'ambiente.
Anche per questo, scenderemo in piazza sabato 23 maggio, un passaggio necessario per mettere al centro la condizione materiale delle persone collegandola alle scelte strutturali che stanno ridefinendo l’economia.
USB non ci sta! Chiediamo l'immediata pubblicazione delle FAQ, il rispetto delle prerogative sindacali di tutte le RSU e l'eliminazione di ogni interpretazione restrittiva che leda i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.
USB PI MEF