Da qualche settimana è in libreria, edito da nottetempo, un testo di grande interesse: Contro la scuola neoliberale . Il volume, che è già alla seconda tiratura, raccoglie una serie di contributi di insegnanti del Collettivo “Consigli di classe”, sui temi della didattica e del ruolo dell’istruzione pubblica nella nostra società. Gli autori, coordinati da Mimmo Cangiano, autore dell’introduzione, riflettono su come la scuola si sia trasformata dentro la stagione politica del “neoliberismo”.
Gli obiettivi di critica del libro si uniscono a quelli di una proposta di resistenza e in qualche modo di controffensiva. Se non si coglie questo elemento, si rischia di rimanere dentro una dimensione tutta interna all’istituzione. Beninteso, il dibattito è inevitabile e necessario, perché dentro le aule bisogna entrare, ogni giorno, capendo come e cosa insegnare, con Freinet, Freire, Don Milani, Martinet, Manzi e con la libertà di insegnamento soprattutto e di metodo. Ma crediamo che il libro abbia una sua funzione primaria: aprire una discussione politica sulle forme che può prendere il lavoro culturale, politico e sindacale nel mondo della scuola. Parafrasando Sartre, ci viene da dire: “non ci interessa (perché lo sappiamo e il libro ci permette di farlo sapere a sempre più persone) cosa è stato fatto alla scuola. Ci interessa cosa la scuola fa con quel che le è stato fatto.” È un po’ lo stesso spirito con il quale stiamo organizzando diverse proiezioni in giro per l’Italia sul docufilm "D’Istruzione pubblica", insieme agli studenti di OSA, nella consapevolezza che oggi tra lavoratori e lavoratrici della scuola, studentesse e studenti, famiglie, possa esserci una attitudine all’ascolto che nei decenni passati – e grazie a una serie di processi di deculturazione di massa che il libro a più riprese affronta – sembrava scomparsa del tutto.
Questa disponibilità all’ascolto, e perché no alla presa di coscienza, alla attivazione, alla partecipazione, perfino alla militanza – di cui conosciamo oggi il bacino ancora limitato, ma occorre riprendere la capacità di ragionare sulle tendenze - è passata secondo noi da due grandi filoni di trasformazione, uno interno alla scuola e uno che ha investito l’intera società. C’è tra essi una relazione stretta, dialettica, il rapporto non meccanico tra struttura e sovrastruttura.
Siamo volutamente schematici, partiamo da Marx, Labriola, Gramsci, Lukàcs, Fortini, Hirrt, Biesta, Laval Bonilla-Molina, da anni ragioniamo su questi temi, seguiamo il dibattito nazionale e internazionale sulla formazione e la scuola, delle società in declino come la nostra e di quelle dove il dibattito si accompagna a prospettive di trasformazione progressista o addirittura socialista. Tutto questo diamolo per premesso per evitare che qualcuno guardi il dito della semplificazione che qui facciamo di questo enorme e fondamentale patrimonio teorico e politico, e non guardi la luna, che è questa: perché il mondo della scuola dà oggi segnali di risveglio? Perché è meno disposto di dieci o venti anni fa a subire passivamente il dominio e la gerarchia, la finta modernizzazione, la montante burocrazia, le classi cadenti, la perdita di funzione sociale, la condizione salariale, la complicità sindacale, il male che viene dalla sinistra come dalla destra? Perché esce un libro meritorio come questo?
Essenzialmente per due motivi: il clima dentro le scuole è diventato irrespirabile, il malessere cova, il livello di stress lavoro correlato è legato ai rapporti con le dirigenze, alla moltiplicazione di incombenze e documentazioni prive di valore, al rapporto sempre più complesso con studenti figli di una crisi culturale che investe fino ai livelli della alfabetizzazione e dei saperi di base, in un quadro di violenza sistemica del mondo del capitalismo crepuscolare (Fineschi) e oggi piratesco/predatorio (Vasapollo), in cui la scuola sostanzialmente non serve, ma che è esploso letteralmente tra settembre e ottobre quando il “Blocchiamo tutto” ha prodotto una evasione di massa dalle scuole alle piazze, per dire no al Genocidio da parte dei Nazisti Israeliani e dei loro complici e mandanti statunitensi ed europei del popolo palestinese, ma anche per dire che la scuola non vuole formare alla guerra, al sopruso e alla povertà, ma vuole parlare di pace, futuro, umanità, prospettiva.
E c’è più disponibilità all’ascolto perché la crisi si allarga, i riferimenti certi mancano, come scrive Guido Mazzoni viviamo in un mondo “Senza riparo”. Le strade sono due e si fronteggeranno per un po’: da un lato, la deriva reazionaria, individualista, fascistoide, dall’altra l'organizzazione e la costruzione della prospettiva. Pane, pace, lavoro tornano a formare un programma minimo. Il lavoro politico non parte della scuola ma entra nella scuola, perché è un campo di battaglia come è sempre stato, un termometro dei rapporti di forza dentro la società. Se lo è allora dobbiamo attrezzarci con tutti gli strumenti possibili, perché il compito che abbiamo è riportare gli “evasi” del 22 settembre e del 3-4 ottobre ai posti di combattimento, creare una capacità pervasiva di resistenza ma anche di organizzazione. I terreni sono tantissimi: la militarizzazione delle scuole, il DDL Romeo appena approvato al Senato (non ancora alla Camera) e che si presta quasi ingenuamente a una battaglia collettiva sulla libertà di pensiero, espressione e insegnamento; l’attacco fortissimo alle scuole tecniche e professionali che è un attacco al lavoro oltre che alla scuola; il funzionamento drogato del finanziamento alle scuole; un ragionamento serio sulla inclusione che non può che partire dal crollo dei presìdi di stato sociale delle asl e dei centri diurni, la schedatura valutativa dell’invalsi; i percorsi di formazione e reclutamento dei docenti, insomma tutto l’apparato di una scuola di classe di cui il libro parla con parole chiare.
C’è poi come sempre un piano politico e su questo non si possono fare sconti, a nessuno, perché la coerenza intellettuale deve portare a coerenza politica e sindacale. La confort zone della sinistra intellettuale nel mondo FLC ormai fa a pugni con le sollecitazioni di cui parlavamo sopra, né può bastare riprendere gli strumenti di una gloriosa ma conclusa stagione, quella Cobas, perché a nostro avviso non funziona più un percorso che parta solamente dalle scuole senza un piano di relazione confederale con tutto il mondo del lavoro sfruttato, precario, senza diritti che oggi il modello sociale ha sdoganato totalmente. Bisogna partire dai dati brutali della realtà e lottare per una società diversa e dunque per una scuola diversa, con strumenti di organizzazione e di comunicazione adeguati. Ci vuole tempo? Sì. È facile? Mai stato facile. Ma se non partiamo mai, mai arriveremo.
E ora via al dibattito, si parte a Firenze il 7 marzo, poi Bergamo, Napoli, Torino, Genova e tante altre. Scriveteci per organizzare ovunque (scuola@usb.it). Usciamo dalle bolle e proviamo a guardarci negli occhi. Scopriremo di essere meno soli di quanto pensiamo.