Oggi un uomo è stato trovato impiccato nell'insediamento informale di Torretta Antonacci.
Alagie Singath aveva compiuto ieri 29 anni, di cui almeno gli ultimi cinque trascorsi a lavorare nelle campagne e a vivere nelle baracche di Torretta.
Già durante il Covid aveva consegnato la fotocopia dei suoi documenti ai nostri delegati sindacali nella speranza di ottenere un tetto, un documento e una dignità che questo paese gli ha sempre negato.
Un lavoratore agricolo.
Un essere umano che viveva nel fango del ghetto della Capitanata, tra le baracche e i container che questo Stato ha deciso di non smantellare, nonostante i 100 milioni di euro stanziati e mai spesi per il loro superamento.
Non sappiamo ancora se esista un nesso diretto tra questo gesto estremo e l'alluvione che solo ieri ha sommerso Torretta Antonacci, isolando centinaia di persone nell'acqua e nel fango, senza soccorsi adeguati, senza vie di fuga, senza alcuna protezione da parte delle istituzioni. Le indagini dovranno stabilire le circostanze della morte. Ma quello che sappiamo, quello che nessuna indagine può smentire, è il contesto: e il contesto è un inferno.
Sappiamo che quell'uomo viveva in un luogo in cui nessun essere umano dovrebbe vivere.
Sappiamo che ieri quel luogo è stato sommerso da acqua e fango.
Sappiamo che la disperazione, l'isolamento, la miseria materiale e l'invisibilità sociale sono la condizione quotidiana di chi abita i ghetti del Foggiano.
Sappiamo che queste condizioni distruggono i corpi e devastano le menti.
Sappiamo che tutto questo avviene in un Paese che si dichiara civile, in un'Europa che si vanta dei propri valori.
Che un uomo si tolga la vita in un insediamento informale non è un fatto privato. È un fatto politico.
È il risultato finale di una catena di responsabilità precise: lo sfruttamento lavorativo nei campi, il caporalato, l'assenza di alloggi dignitosi, l'abbandono sanitario e psicologico, l'isolamento geografico e sociale dei ghetti, l'inerzia criminale di chi aveva risorse e strumenti per intervenire e ha scelto di non farlo.
Ogni anello di questa catena ha un responsabile con nome e cognome, con una carica istituzionale, con un mandato politico tradito.
Ieri denunciavamo l'alluvione e l'isolamento di Torretta Antonacci.
Oggi denunciamo un morto.
La velocità con cui questa escalation si è consumata dice tutto sulla gravità della situazione e sull'urgenza di un intervento che non può più essere rimandato di un solo giorno.
In ventiquattr'ore siamo passati dall'emergenza alla tragedia. Ma la verità è che la tragedia è già in corso da anni — silenziosa, quotidiana, sistematica.
Aladji Singate non è la prima vittima dei ghetti della Capitanata. Prima di lui altri sono morti: di freddo, di caldo, negli incendi delle baracche, di fatica nei campi, di malattie mai curate, di solitudine mai ascoltata. E dopo di lui, se nulla cambierà, altri moriranno.
Chiediamo:
- Che venga fatta piena luce sulle circostanze della morte di questo lavoratore e che alla sua famiglia venga garantita ogni forma di assistenza.
- Che venga immediatamente attivato un presidio sanitario e psicologico permanente a Torretta Antonacci.
- Che il Governo risponda — ora, non domani, non al prossimo tavolo tecnico — della mancata attuazione del piano di superamento dei ghetti e della destinazione dei 30 milioni di euro stanziati.
Non ci limiteremo a contare i morti. Non ci limiteremo a scrivere comunicati ogni volta che il sistema dei ghetti produce la sua ennesima vittima. Continueremo a lottare, a denunciare, a pretendere che chi lavora la terra di questo Paese abbia diritto alla vita e non alla morte nel silenzio di una baracca di cui a nessuno importa nulla.
Foggia, 3 aprile 2026
Unione Sindacale di Base