L'incessante propaganda del Ministro Zangrillo sul merito e sulla "attrattivitá della Pa" approda a un ddl già approvato alla Camera e presto in discussione al Senato.
Al di là degli inquietanti aspetti tecnici (la previsione di valutazioni apicali solo per 3 lavoratori su 7 e l'accesso facilitato per una quota del personale alla carriera dirigenziale bypassando il concorso) questo disegno di legge e la filosofia insita in esso, ci consente di fare alcune valutazioni di carattere generale.
Sarebbe facile smontare la propaganda su questo tema in un paese come l'Italia dove il clientelismo ê spesso il vero e unico criterio di selezione per ricoprire alte cariche politiche e non solo e dove la stragrande maggioranza di coloro che blaterano sul merito non dovrebbero ricoprire certi ruoli se ci fosse un criterio davvero meritocratico.
Ma vogliamo andare oltre e riflettere su tre questioni e sugli effetti distorsivi e pericolosi che questo disegno di legge produrrà.
La prima considerazione ê che l'ottica del tutti contro tutti e della competizione individuale insita nel testo sul merito ê la declinazione sul piano dell'organizzazione del lavoro di una visione della società e della Pa che abbandona quei caratteri di solidarietà sociale e tutela collettiva per dirigersi verso la strada dell'individualismo.
La seconda è che la valutazione delle performance diviene nei luoghi di lavoro lo strumento principale di governance del personale facendo irruzione e determinando ogni ambito della vita lavorativa: dal salario accessorio alle progressioni economiche, dal riconoscimento delle posizioni organizzative fino all'accesso alla dirigenza.
La terza considerazione riguarda il presunto merito come strumento di differenziazione e accrescimento delle diseguaglianze: dinanzi a una precedente tornata di rinnovi contrattuali che ha segnato una perdita del 10 percento del potere di acquisto dei salari e con l'attuale tornata che non recupererà nulla di quanto perso, dirottare una parte delle già misere risorse sul terreno della valutazione significa premiare qualcuno con risorse di tutti e spostare l'attenzione dalla battaglia generale e collettiva sul salario al veleno della competizione individuale per provare a racimolare qualche euro in più.
Questi tre elementi rapidamente accennati danno la misura e la dimensione di ciò che viene strumentalmente chiamato merito.
Ê esattamente ciò che dobbiamo smontare declinando questi ragionamenti generali sul piano concreto, posto di lavoro per posto di lavoro alimentando quelle contraddizioni che possono inceppare il meccanismo.
La campagna "E lo chiamano merito…" che Usb si appresta a lanciare in tutto il settore pubblico può e vuole avere esattamente queste caratteristiche e porsi l’obiettivo di coalizzare tutte quelle lavoratrici e quei lavoratori che vedono nella Pubblica Amministrazione soprattutto la garanzia di accesso a servizi per tutti, un ambito di lavoro dignitoso, che deve essere ben retribuito, in linea con quanto avviene in altri paesi europei e non un sistema nel quale bisogna sgomitare contro i colleghi per accedere alla carriera e ad un salario che consenta di condurre una vita dignitosa.
Sostenete USB in questa battaglia di giustizia e civiltà.