Cinque giorni di sciopero, blocchi stradali, manifestazioni e una determinazione che da Taranto a Genova, passando per Novi Ligure, ha riportato al centro della scena nazionale la forza dei lavoratori dell'ex Ilva.
Sono state giornate straordinarie, nelle quali migliaia di operai hanno dimostrato che, nonostante anni di crisi, promesse mancate, sacrifici e incertezze sul proprio futuro, esiste ancora una classe operaia capace di organizzarsi, di lottare e di esercitare concretamente il proprio peso.
Crediamo che questo sia il dato politico più importante che emerge dalla mobilitazione.
Per troppo tempo il futuro della siderurgia italiana è stato discusso e deciso tra Governi, commissari straordinari, ministri e potenziali acquirenti, mentre ai lavoratori veniva chiesto di sopportare le conseguenze di scelte sulle quali non avevano alcuna possibilità di incidere. La cassa integrazione, l'incertezza occupazionale e il progressivo impoverimento industriale sono diventati la normalità di una vertenza trascinata per anni senza una soluzione.
In questi giorni gli operai hanno rimesso in discussione quella normalità. Hanno dimostrato di non essere disposti ad aspettare passivamente che qualcuno decida del loro lavoro, del loro salario e del futuro delle loro città.
C'è un orgoglio operaio che è tornato a esprimersi con forza. Un orgoglio che appartiene a chi ha tenuto in piedi gli stabilimenti anche nei momenti più difficili, a chi ha pagato sulla propria pelle gli errori delle politiche industriali di questi anni e oggi pretende di essere protagonista delle decisioni che riguardano il futuro della siderurgia.
Vogliamo però essere altrettanto chiari su una questione che riguarda il clima che si è determinato a Taranto. USB riconosce pienamente il diritto sacrosanto della popolazione a vivere in una città libera dall'inquinamento, nella quale la salute delle persone e la tutela dell'ambiente siano finalmente garantite. È una battaglia che riguarda anche le lavoratrici e i lavoratori dell'ex Ilva, che per decenni hanno subito sulla propria pelle le conseguenze dell'inquinamento, dentro e fuori dalla fabbrica, insieme alle proprie famiglie e al resto della cittadinanza.
Sarebbe un errore gravissimo alimentare una contrapposizione tra chi difende il proprio posto di lavoro e chi rivendica il diritto alla salute. Le due esigenze appartengono alla stessa comunità, che ha già pagato un prezzo altissimo per le scelte industriali e politiche degli ultimi decenni. Non intendiamo prestare il fianco a chi vorrebbe trasformare questa vicenda in una spaccatura tra operai e cittadini, facendo ricadere ancora una volta sulle persone le responsabilità di chi ha governato questa crisi.
È proprio per questa ragione che rivendichiamo con forza l'intervento diretto dello Stato e la nazionalizzazione dell'intero complesso siderurgico. La trasformazione di Taranto richiede investimenti enormi, una programmazione industriale di lungo periodo e responsabilità che devono essere assunte pubblicamente. Soltanto attraverso un progetto guidato dallo Stato sarà possibile garantire la decarbonizzazione della produzione siderurgica, le bonifiche ambientali, la tutela della salute e la salvaguardia dell'occupazione, senza lasciare queste scelte alle convenienze economiche del prossimo investitore privato.
Ma la prospettiva deve essere ancora più ampia. Taranto ha bisogno di un progetto di reindustrializzazione capace di guardare con lungimiranza anche oltre i confini della fabbrica, creando nuove opportunità produttive e occupazionali, risanando il territorio e restituendo alla città una prospettiva di sviluppo. Il futuro della siderurgia deve essere parte di questa trasformazione, attraverso un piano pubblico che mantenga uniti tutti gli stabilimenti del gruppo e sappia rispondere tanto alle esigenze industriali del Paese quanto ai diritti delle comunità coinvolte.
La convocazione del 27 ottobre a Palazzo Chigi e la convergenza istituzionale registrata in Puglia rappresentano passaggi utili. Ma sappiamo perfettamente che le risposte fondamentali devono ancora arrivare.
Il decreto del Governo continua a lasciare senza soluzione la questione delle tutele straordinarie per i lavoratori, mentre la prospettiva industriale resta appesa alla ricerca di un investitore privato. Rimangono tutte le nostre rivendicazioni: reddito di transizione, riconoscimento del lavoro usurante e dell'esposizione all'amianto, pensionamenti anticipati, strumenti per l'esodo volontario e piena salvaguardia dell'occupazione, compresi appalto e indotto.
La forza espressa in questi giorni deve adesso accompagnare la nuova fase della vertenza.
Il 27 ottobre USB sarà a Palazzo Chigi insieme ai lavoratori. Vogliamo che quella giornata rappresenti un nuovo momento di mobilitazione, nel quale le rivendicazioni degli operai arrivino al Governo sostenute dalla stessa determinazione vista davanti agli stabilimenti e sulle strade.
Le forme della mobilitazione saranno decise dai lavoratori nelle proprie assemblee. L'eventuale sospensione dei blocchi segnerà la conclusione di questa fase di lotta, lasciando aperta la possibilità di riprendere e intensificare le iniziative qualora il Governo continui a sottrarsi alle proprie responsabilità.
Cinque giorni di lotta hanno ricordato a tutto il Paese una questione fondamentale: la classe operaia esiste ancora, ha una propria forza e rivendica il diritto di decidere del proprio futuro.
Quella forza deve continuare a pesare.
USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell'Industria Nazionale