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Editoriali

Finalmente! L'Italia è in movimento

Nazionale,

L’Italia è in movimento. Come nell’autunno dello scorso anno, le piazze tornano a riempirsi. Oggi però con più rabbia e più determinazione. Le questioni sociali hanno ormai fatto irruzione sulla scena e si stanno prendendo il palcoscenico che meritano. Ma senza dimenticare la corsa al riarmo innescata dall’Unione Europea e la vergogna delle conclamate complicità con lo stato di Israele.

Le questioni si mescolano, come sempre accade quando si innescano forti movimenti sociali, e quello che fino a ieri sembrava separarsi si scopre intimamente legato. La questione del carovita e del prezzo esorbitante del gasolio e della benzina viene collegata all’aumento ingiustificato delle spese militari. La mancata tassazione dei super profitti e della speculazione viene messa in connessione con lo stallo di salari e pensioni ed anche con l’aumento del prezzo delle case e degli affitti. Le politiche razziste che si cerca di impiantare nelle scuole fanno emergere la rabbia dei giovani di seconda generazione, che si sentono tagliati fuori. La sordità del governo spiega l’uso sempre più violento della polizia in piazza. E l’assenza di futuro per i giovani chiama in causa il dilagare del lavoro precario e sottopagato, divenuta l’unica prospettiva alla fine del ciclo scolastico. Tutto improvvisamente diventa più chiaro e quello che fino a ieri sembrava difficile da spiegare e richiedeva infinite argomentazioni, ora risulta di una evidenza cristallina.

Il governo Meloni è ormai al capolinea e non solo perché si avvicinano le elezioni. La tanto sbandierata stabilità di questi anni è servita solo a far ribollire una situazione di forte rabbia sociale che ora sta venendo alla luce. I vincoli sempre più stretti con l’Unione Europea hanno impoverito ulteriormente il Paese e ci stanno trascinando dentro la guerra mondiale a pezzi, di cui parla apertamente finanche l’Avvocatura di Stato a proposito del traffico di armi nel porto civile di Ravenna.

Non ci sono allo studio provvedimenti seri che affrontino la situazione di forte malessere sociale. Il governo si preoccupa di tenere i conti in ordine ed utilizza la flessibilità solo per costruire nuovi armamenti o magari per avviare il ritorno al nucleare. Sui prezzi e sui salari non c’è niente. Sui guadagni clamorosi di banche e grandi imprese non c’è niente. Sul rilancio dei servizi pubblici non c’è niente. E non c’è niente neanche per quelle categorie come agricoltori e autotrasportatori che soltanto qualche anno fa avevano creduto in questo governo. Stanno facendo i conti di come allargare lo scaglione IRPEF fino ai 60mila euro, ma se pensano di calmare la situazione con questo tipo di provvedimenti significa che non sanno più dove sbattere la testa.

Lo sciopero generale del 30 ottobre arriva puntuale, al momento giusto, e crea le condizioni per una saldatura efficace tra diversi settori della società. E’ l’occasione del punto di incontro tra istanze diverse che stanno già convergendo intorno agli stessi temi, anche se c’è bisogno ancora di tempo per arrivare a degli obiettivi comuni.

Il segnale ancora una volta lo hanno lanciato i lavoratori dei porti e questa volta in connessione con i loro compagni di mezzo mondo. Il 30 ottobre cento porti tra Europa, Nord Africa, Americhe e India si mobiliteranno contro il riarmo e la militarizzazione. Un fatto storico che accende una luce di speranza: i lavoratori rivendicano una politica di pace e collegano la lotta contro la guerra a quella per migliori condizioni di lavoro. Fanno un passo importante e chiamano le altre categorie ad unirsi a questa lotta.

Una chiamata che potrebbe essere arrivata a destinazione, finalmente!

 

Unione Sindacale di Base