La morte di Andrea Moretti, operaio rocciatore di 22 anni precipitato nella notte tra il 22 e il 23 settembre da un'altezza di circa 10 metri mentre lavorava all'installazione del nuovo impianto di illuminazione del Colosseo, non può essere archiviata come fatalità. Troppi i fattori che hanno influito sull’evento: parliamo infatti di lavori da concludere in grande fretta entro il 9 ottobre per dare modo al ministro Alessandro Giuli di inaugurare la nuova illuminazione dell’Anfiteatro Flavio; parliamo di progetti immaginifici cantierati sulla base di un budget limitato, i famosi 25 milioni elargiti dalla Tod’s di Diego Della Valle per rifare il trucco al Colosseo; parliamo della necessità di mantenere l’area archeologica fruibile; parliamo del ricorso al perverso meccanismo di appalti e subappalti. Perché per quanto cospicua sia stata l’elargizione di Della Valle, si tratta di una goccia nel mare delle esigenze di un monumento bimillenario. Le nozze con i fichi secchi insomma, cioè lavori al massimo ribasso, anche di notte, con le conseguenti ridotte attenzioni per la sicurezza dei lavoratori. Con i tempi che stringevano la strada scelta è stata quella dell’edilizia acrobatica, in fune, nonostante da mesi si veda intorno e dentro il Colosseo un ampio schieramento di ragni e piattaforme telescopiche. Farlo di notte, ancorati a delicatissime pietre millenarie significa assumersi scientemente rischi elevatissimi.
Rete Iside chiede con forza che il Ministero della Cultura, in qualità di committente dei lavori, chiarisca i seguenti punti:
1. È stata effettuata una valutazione dei rischi che giustificasse il ricorso ai sistemi di accesso e posizionamento mediante funi (cosiddetta "edilizia acrobatica"), come richiesto dalla normativa vigente (D.lgs. 81/2008, Allegato XXI), che classifica tali sistemi come DPI di III categoria da utilizzarsi solo quando le protezioni collettive non siano tecnicamente praticabili?
2. Sono state concretamente esaminate soluzioni alternative con protezioni collettive — quali piattaforme elevabili (cestelli/PLE), ponteggi o altre attrezzature idonee — per l'esecuzione dei lavori di installazione dell'impianto di illuminazione in un contesto notturno, in un monumento delicato ma pur sempre cantiere soggetto agli stessi obblighi di sicurezza di qualunque altro luogo di lavoro?
3. Se tali alternative sono state scartate, su quali basi tecniche e documentali — quali vincoli strutturali, conservativi o logistici avrebbero reso impraticabile l'uso di attrezzature che garantiscono un livello di protezione collettiva superiore rispetto al singolo operatore appeso a una fune?
4. Chi ha validato la scelta della tecnica su fune nel Piano di Sicurezza e Coordinamento, e quali controlli sono stati effettuati sull'idoneità tecnico-professionale dell'impresa esecutrice e sulla conformità degli ancoraggi utilizzati?
Ricordiamo che il principio cardine della normativa sulla sicurezza è la gerarchia delle misure di prevenzione: le misure di protezione collettiva devono sempre avere priorità su quelle individuali, e il ricorso a sistemi su fune deve essere l'eccezione, motivata da un'impossibilità tecnica reale — non la soluzione più rapida o economica.
La morte di un lavoratore di 22 anni, in un sito peraltro sotto la diretta responsabilità dello Stato, impone una verifica rigorosa e trasparente. Non è accettabile che nel 2026 si continui a morire sul lavoro per scelte organizzative che, se davvero evitabili, configurerebbero una responsabilità precisa in capo alla committenza.
Chiediamo l'immediata costituzione di un tavolo di verifica con Ministero della Cultura, Parco Archeologico del Colosseo, RSPP, RLS e organizzazioni sindacali, per fare piena luce sulla vicenda e garantire che quanto accaduto non si ripeta.
Rete Iside - Unione Sindacale di Base