Il riarmo ha un costo, e il conto lo stanno pagando i servizi pubblici, assieme a chi li fa funzionare.
Ogni miliardo speso per le armi esce dalla stessa cassa da cui dovrebbero uscire salari adeguati all’aumento dell’inflazione che a sua volta è alimentata dalle guerre.
A fare le spese di questo circolo vizioso sono le scuole, gli ospedali, l’intero tessuto dello stato sociale.
Le retribuzioni di chi lavora nel pubblico impiego, solo con gli ultimi due contratti, hanno perso circa il 12% del proprio valore per via del logoramento del potere d’acquisto. Le diseguaglianze si allargano, mentre il carovita ormai è la norma.
L’Italia è ultima in Europa per retribuzioni nel pubblico impiego. Eppure, mentre lo stato sociale si svuota, ciò che ne resta viene piegato alle esigenze della macchina bellica.
Non è una deriva. È un cambio di modello: meno cura, più caserme.
Per rimettere in piedi uno stato sociale adeguato ai bisogni del Paese servirebbero un milione di assunzioni, come delineato da uno studio accademico e come dichiarato dallo stesso ministro Zangrillo.
Il Governo Meloni ha fatto l’opposto: ha tagliato le piante organiche, rendendo strutturale la carenza di personale, e ha impoverito i salari con gli ultimi rinnovi.
Il risultato si riscontra nei concorsi pubblici, dove le rinunce al contratto a tempo indeterminato si moltiplicano, soprattutto se la sede è fuori regione e il solo costo dell’affitto si mangia quasi la metà dello stipendio.
Il lavoro pubblico è diventato un posto da cui si scappa, anche per un sistema di contrattazione antidemocratico, pensato per imporre la moderazione salariale.
Per questo scioperiamo il 30 ottobre.
Per rilanciare i servizi pubblici e restituire al Paese un welfare capace di assorbire almeno una parte dei danni che carovita e guerre stanno producendo.
Abbassate le armi, alzate i salari! Non è uno slogan, è ciò di cui l’Italia ha bisogno. Ci vediamo in piazza il 30 ottobre.