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Editoriali

USB lancia un segnale d’allarme: Cgil, Cisl e Uil, Confindustria e Governo si stanno mettendo d’accordo per tenere bassi i salari

Nazionale,

Senza dare molto nell’occhio Cgil, Cisl e Uil assieme a Confindustria e ad una pattuglia di associazioni padronali stanno preparando un accordo che blindi ogni spazio alla democrazia nei luoghi di lavoro e confermi decenni di moderazione salariale. Una vergogna che rischia di passare inosservata e che invece va denunciata con tutta la forza e determinazione possibile.

I particolari dell’accordo non si conoscono nel dettaglio, tutto sta avvenendo a porte chiuse, in un confronto serrato tra segreterie nazionali. I lavoratori e le lavoratrici non hanno alcuna voce in capitolo.

Alcune cose però già sono trapelate. Sui salari, per esempio, si conferma il riferimento all’indice IPCA-NEI nel calcolo dell’inflazione, quel maledetto sistema di misurazione dei prezzi che non considera i prodotti energetici importati, come il gas e la benzina, che costituiscono il motore dell’attuale e (purtroppo) futura inflazione. I salari in Italia sono al palo da tempo e questo dipende proprio dalla scelta di Cgil, Cisl e Uil di accettare un modello contrattuale che condanna i lavoratori ad una inevitabile riduzione del potere d’acquisto delle loro retribuzioni ad ogni rinnovo contrattuale. Aver tolto al contratto la funzione di avanzamento delle condizioni materiali di lavoratrici e lavoratori e accettato di tenere gli aumenti in linea con l'inflazione programmata (spesso disattesa dai dati reali) ha significato, infatti, portare progressivamente sempre più in basso le retribuzioni medie. Ma se poi, come è da tanti anni, quell’inflazione è anche calcolata al ribasso e non considera proprio le merci che più stanno incidendo nel rialzo del costo della vita, allora la scelta è veramente disgustosa. In un momento così drammatico dal punto di vista delle condizioni economiche, Cgil, Cisl e Uil stanno decidendo di confermare quella gabbia che impedisce un rialzo delle retribuzioni.

Nell’accordo ci sono poi delle attenzioni particolari al tema del TEM e del TEC, il trattamento economico minimo e quello complessivo. Lo scopo è quello di aggiustare il tiro rispetto al decreto Meloni di quest’anno sul “salario giusto”, che nel considerare giusto quello previsto dai CCNL firmati da Cgil, Cisl e Uil, avrebbe trascurato di specificare anche tutte le voci di cui è composto il salario complessivo previsto dai contratti, lasciando così spazio alla contrattazione pirata. Questa discussione però tralascia di considerare che è proprio il salario giusto quello che ha ricevuto diverse condanne di incostituzionalità e che sono proprio i contratti nazionali firmati dalla triplice che ci condannano ad un salario da fame. I contratti pirata sono una piaga ma riguardano una fetta ancora molto esigua di lavoratori: eliminarli non risolverà il problema del salario per milioni di lavoratori e lavoratrici.

Va aggiunto poi che questo accordo sul salario giusto, nella versione unificata tra Meloni-Confindustria-Cgil-Cisl e Uil, chiude ogni possibile spiraglio alla introduzione di un salario minimo per legge: una sorta di ipoteca anche in vista di possibili cambi di maggioranza.

 C’è poi il tema della rappresentanza, che poi è quello che sta veramente a cuore a questi signori e che rappresenta la contropartita che si apprestano a ricevere nell’ambito della collaborazione con padroni e governo. E così, Invece di ragionare su come favorire la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici, in un momento storico di grande debolezza e di forte offensiva padronale proprio sul fronte dei diritti, Cgil, Cisl e Uil si propongono di consolidare il monopolio esclusivo sulla rappresentanza. Invece di dare più spazio alle rsu, alle assemblee, ai rappresentanti dei lavoratori sul posto di lavoro, si assicurano che i diritti sindacali siano esclusivamente nelle loro mani e che il diritto di contrattazione venga circoscritto alle loro segreterie. Che poi è quanto sta avvenendo in materia elettorale con il cosiddetto “stabilicum”, con il quale il diritto a partecipare alle elezioni viene ostacolato da un numero spropositato di firme da raccogliere e da una soglia sempre più alta per accedere al Parlamento.

La domanda che pone USB in sintesi è questa: è accettabile che in una situazione di grande difficoltà per milioni di lavoratori e lavoratrici, tanto sul piano salariale che su quello dei diritti sul lavoro, le grandi centrali sindacali si preoccupino di raggiungere un accordo con le parti datoriali che frena ogni possibile spinta a nuovi e reali aumenti e inibisce la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici? Siamo sicuri che sia questa la via maestra da imboccare?

Una domanda che poniamo a tanti delegati e delegate e che deve interrogare anche quanti sentono il bisogno di reagire davanti ad una condizione economica, sociale e della tenuta democratica che sta peggiorando ogni giorno di più.