Il 30 ottobre, centinaia di migliaia di studenti, docenti e lavoratori della scuola hanno riempito le piazze del Paese. Il giorno dopo, la relazione tecnica alla legge di bilancio 2027 ha messo nero su bianco la risposta del Governo: 4.925 cattedre e 2.049 posti ATA cancellati dall’anno scolastico 2027/28, per risparmiare 252 milioni l’anno. Sommati alla manovra precedente fanno quasi 15mila posti sottratti alla scuola statale. Chi governa ha ascoltato benissimo, e ha deciso di rispondere con l'unico progetto che conosce: i tagli.
Il calo demografico viene agitato come un alibi. Ma con meno iscritti si potrebbero smontare le classi pollaio, estendere il tempo pieno, rafforzare il sostegno, dare respiro a segreterie che reggono con il personale all’osso. Il governo sceglie di fare cassa. E mentre svuota la scuola di tutti, rinnova il buono fino a 1.500 euro per chi iscrive i figli alle paritarie. Il messaggio è chiaro: il diritto allo studio è una merce e chi può pagare si compra il resto.
Questi tagli sono l’ultimo capitolo di un progetto lungo e coerente, che contestiamo punto per punto.
- Sui salari, il rinnovo contrattuale lascia docenti e ATA lontanissimi dal potere d’acquisto bruciato dall’inflazione, e la manovra non mette le risorse per recuperarlo. Si chiede di più a chi resta, pagandolo di meno.
- Con il Decreto scuola il Governo introduce il tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi prime e le multe da 200 a 1.000 euro per i genitori che non frequentano i corsi di italiano. Una scuola che smista i bambini per provenienza tradisce l’articolo 3 della Costituzione e scarica sulle famiglie più povere il peso di un’integrazione che lo Stato non finanzia.
- La riforma della filiera tecnico-professionale e la formazione scuola-lavoro piegano la formazione ai bisogni immediati delle imprese. Gli studenti diventano manodopera da addestrare, e troppi di loro in quei percorsi si sono feriti o sono morti.
- La militarizzazione avanza attraverso protocolli con le forze armate, con l’industria bellica che entra nelle aule, con la retorica della difesa nei programmi. Il paese spende centinaia di miliardi per il riarmo e lascia crollare i soffitti delle scuole. Gli studenti lo hanno detto meglio di chiunque: più aule, non più bombe.
- A tenere insieme tutto questo c’è la repressione. Voto in condotta usato come strumento disciplinare, ispezioni contro i docenti che hanno parlato di Palestina, sanzioni agli studenti che protestano, un ministro che liquida la mobilitazione come “teppismo politico”, la proposta di aumento delle carceri minorili. La scuola-caserma che vogliono costruire ha bisogno di insegnanti obbedienti e studenti silenziosi.
Per questo USB Scuola sarà in piazza il 12 dicembre a Roma, nella manifestazione nazionale contro il carovita, l’economia di guerra e il governo Meloni. Chiamiamo docenti, ATA, precari, educatori a costruire assemblee in ogni istituto, a sostenere lo sciopero studentesco del 20 novembre e a dare continuità a una mobilitazione che non può fermarsi alle singole date. Gli studenti hanno indicato la strada. Tocca a noi percorrerla insieme a loro.
Il 12 dicembre tutti a Roma. Meloni e Valditara a casa!