19 novembre 2019, ultimo aggiornamento alle 02:09
Insieme siamo imbattibili.

Contratto: la piattaforma delle RdB/CUB

Roma, 07/07/2007 11:28

RIDARE CENTRALITA’ ALLE FUNZIONI DEI MINISTERI

RESTITUIRE DIGNITA’ AI LAVORATORI STATALI

Non rappresentiamo un costo.

Siamo una risorsa indispensabile per garantire servizi dignitosi ai cittadini.


 
Dai primi anni novanta stiamo assistendo ad una trasformazione radicale di tutta la Pubblica Amministrazione, la cui funzionalità è considerata troppo costosa dagli organismi internazionali che ormai rappresentano gli interessi economici dei poteri finanziari e delle grandi imprese multinazionali che determinano direttamente le politiche economiche delle singole nazioni senza l’alibi di legittimazione democratica.

 
La considerazione di cui sopra, attraverso l’opera di persuasione portata avanti dai media asserviti e dai politici complici e sottomessi ai poteri forti, ha fatto breccia nell’opinione pubblica determinando la convinzione della necessità di politiche di “riforma” dolorose ma inevitabili consentendo, senza trovare grossi ostacoli, la privatizzazione di imprese pubbliche spesso apprezzate ed in buona salute, lo smantellamento di uffici postali e stazioni ferroviarie, la messa in discussione della gratuità delle spese mediche e dell’istruzione, la trasformazione della funzione pubblica in un arcipelago di operatori in concorrenza tra loro e costantemente minacciati.
 
In particolar modo, questa trasformazione ha riguardato e riguarda i ministeri che sono lo strumento operativo attraverso il quale lo stato centrale dovrebbe garantire e assicurare ogni tipo di servizio pubblico e sociale ai cittadini. In questi anni è cambiata radicalmente la visione strategica dei governi per quanto riguarda la gestione e la funzione che i ministeri devono svolgere.
Attraverso le politiche di privatizzazione e di svendita, si sono aperti interessanti settori di mercato per le imprese a discapito del servizio pubblico e della possibilità per i cittadini di poter fruire dello stato sociale e della cultura.

Con l’introduzione di leggi che deregolamentano il mercato del lavoro e determinano maggiore flessibilità e precarietà al fine di avere una forza lavoro continuamente ricattata, si vogliono indebolire i rapporti di forza e i diritti degli stessi lavoratori stabili e garantiti.

Si è attaccato, in maniera selvaggia e scientifica, il sistema pensionistico pubblico per gettare nell’incertezza del proprio futuro intere generazioni di lavoratori e, su questo, far proliferare i pescecani che gestiscono la previdenza integrativa, dando nuova linfa ai mercati finanziari.

Tutto ciò nel corso degli anni è avvenuto in modo scientifico, pezzo dopo pezzo, già dal decreto legislativo n° 29/93 che ha introdotto norme volte a colpire sia i diritti che lo stipendio dei lavoratori dei ministeri, fino ad arrivare nel corso degli anni alla quasi eliminazione di fondamentali diritti fatti passare per privilegi che necessariamente dovevano essere cancellati in quanto, a loro dire, motivo dell’indebitamento progressivo dello stato.


Questo processo di destrutturazione della P.A. dura da anni ed è portato avanti, magari con sfumature leggermente diverse dai governi che sono subentrati alla guida del paese, in modo determinato, modificando a colpi di maggioranza la stessa costituzione, trasferendo funzioni, accorpando i ministeri e mantenendo all’interno degli stessi differenze retributive a parità di inquadramento professionale.

I continui tagli alla spesa pubblica operati da tutte le leggi finanziarie approvate in questi anni hanno prodotto un peggioramento continuo delle condizioni di vita e di lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori dei ministeri e, di pari passo, un peggioramento dei servizi erogati ai cittadini.
Questa politica ha determinato, nel corso degli anni, il blocco delle assunzioni determinando una drastica riduzione del personale (numericamente di gran lunga inferiore al fabbisogno per erogare servizi efficienti ai cittadini, e inferiore agli standard degli altri stati europei) e un aumento considerevole dei carichi di lavoro oltre che il ricorso sempre più indiscriminato e massiccio al precariato che ha pervaso tutte le amministrazioni determinando, per i dipendenti di ruolo, la perdita di potere contrattuale, per i precari nessuna certezza per il futuro e, per i cittadini, un servizio sempre meno qualificato e all’altezza delle esigenze.

 
Nel corso degli anni è stato modificato lo stesso rapporto di lavoro dei dipendenti mantenendo il peggio del pubblico ed introducendo normative contrattuali che rappresentano il peggio del privato (vedi l’inapplicabilità, per i pubblici dipendenti, dello stesso codice civile per quanto riguarda il riconoscimento delle mansioni superiori, ecc.), limitando, di fatto, il diritto alla progressione di carriera dal momento in cui sono state abrogate le norme contenute nel testo unico degli impiegati civili dello stato del 1957 che prevedeva la progressione per merito assoluto o comparativo con meccanismi certi e scadenzati nel tempo.


Dal 1997, poi, abbiamo assistito alla trasformazione profonda dello Stato così come lo avevamo conosciuto fino ad allora. Le riforme Bassanini, culminate con il D.L.vo 300/1999, hanno ridisegnato l’organizzazione statale depotenziando le funzioni centrali, riducendo e accorpando i ministeri, decentrando funzioni alle regioni, province, comuni e privati con il solo scopo di tagliare i costi dal bilancio (infatti, tutti i decreti riportano in fondo la famigerata formula “a costo zero”) anche a condizione di tagliare servizi sociali essenziali per una società civile.
Questo ha creato non pochi problemi per i lavoratori che il successivo governo di centro destra si è guardato bene dal risolvere. Al ruolo unico nei ministeri accorpati non ha corrisposto un omogeneo trattamento economico e giuridico: indennità di Amministrazione diversificate, percorsi di riqualificazione incoerenti nello stesso ministero, salario accessorio e trattamenti accessori discriminanti, ecc.


Ora, il primo atto ufficiale del nuovo governo Prodi è stato il decreto legge 181/06 in cui si ritorna dai 12 ministeri di Bassanini ai 18 dicasteri con una operazione attuata in fretta e furia per rispondere a esigenze politiche contingenti e senza alcuna consultazione dei sindacati.
Rimane alla fine del decreto, in perfetta continuità con il passato, la famosa formula “a costo zero”.

Il DDL Finanziaria 2007 si occupa anche di “Razionalizzazione e riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni”. Dietro questa terminologia, con la quale si tenta di ottenere il favore dell’opinione pubblica, si nasconde in realtà un radicale, feroce, intervento che in tempi rapidissimi e non oltre il 31.12.2007 conduce alla dismissione, cessione del servizio pubblico e soppressione degli uffici ed alla conseguente espulsione del personale di supporto che non potrà superare il 15% del personale complessivo.

Processo di espulsione del personale che è già stato messo in moto, in silenzio, con l’entrata in vigore, il 3 ottobre 2006, del DL 262, "Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria", collegato alla Finanziaria. Il DL prevede, infatti, la costituzione di un Fondo di 10 milioni di euro per il 2007 e di 30 milioni di euro per il 2008 per finanziare, nei confronti del personale statale, incentivi all’esodo, alla mobilità, alla trasferta e ad uno “specifico programma di assunzione di personale qualificato”.

Le modalità di attuazione del benservito saranno poi definite dalla contrattazione integrativa.

 
Noi siamo convinti che ci debba essere un’inversione di tendenza poiché nel corso degli ultimi decenni troppo si è perso in termini di diritti, di salario e di dignità. Pertanto, come è emerso sia all’ultimo congresso nazionale della Federazione che nel dibattito che si è sviluppato, c’è ormai la consapevolezza che su questi contenuti dobbiamo costruire l’intervento sindacale.

Come statali, dobbiamo dotarci nuovamente di una struttura organizzativa, sviluppata sul territorio nazionale e interna al progetto di Pubblico Impiego tale da rendere agevole questo percorso per determinare consenso e costruire rapporti di forza che ci permetteranno di riconquistare i diritti perduti e strapparne di nuovi.

Ovviamente, all’interno di questo tentativo di analisi approssimativamente abbozzata, per quanto concerne il comparto stato, bisogna inserire una serie di diritti negati che necessariamente vanno portati alla discussione e all’iniziativa dei lavoratori affinché si cominci ad operare una reale inversione di tendenza per:

 

una retribuzione adeguata e il recupero della perdita del potere di acquisto;

il patto contro i lavoratori, sottoscritto nel luglio 93 da governo e Cgil, Cisl e Uil, delineando la politica dei redditi per i lavoratori ha determinato nel corso degli anni, legando gli aumenti contrattuali (che aumenti non sono) all’inflazione programmata, una condizione di quasi povertà considerata l’enorme perdita del potere di acquisto dei salari e il disastro provocato dall’introduzione dell’euro (per cui l’equazione 1 euro = 1000 lire);

 

ripristino della scala mobile;

una conquista dei lavoratori che imponeva un adeguamento salariale per compensare la perdita del potere di acquisto e dava ai contratti il ruolo di re/distribuzione della maggiore ricchezza prodotta aumentando, in modo reale e non solo nominale, le retribuzioni;

 

la difesa e il rilancio della previdenza pubblica e il contrasto di qualsiasi manovra di scippo del TFR e di attacco alle pensioni;

 

l’assunzione di tutti i precari che operano nelle amministrazioni pubbliche e la “reinternalizzazione” di tutti i servizi pubblici privatizzati.

 

Dal governo Amato in poi, si è scelto di far pagare la crisi economica e i costi del risanamento esclusivamente ai lavoratori dipendenti attraverso le varie "stangate", ed in particolare attraverso il lancio della politica beffardamente definita dei "redditi" e la soppressione della scala mobile, inaugurando la nefasta stagione della concertazione.

Dopo i tre anni di vuoto contrattuale, dal 1991 al 1993, si sono chiusi rinnovi contrattuali caratterizzati da miseri aumenti salariali, che non hanno garantito neanche il recupero del tasso di inflazione programmata e hanno legato parte consistente delle magre risorse messe a disposizione, sempre più alla "produttività", destinando quote considerevoli di aumenti ai Fondi unici di Amministrazione.

Fondi unici di Amministrazione, costituiti unicamente dalle risorse sottratte ai rinnovi contrattuali e dai risparmi di gestione sul personale (RIA, personale collocato in riposo, trasformazione del rapporto di lavoro in part-time, importi indennità di amministrazione del personale cessato dal servizio non riutilizzati in conseguenza di nuove assunzioni, tagli fondi lavoro straordinario), caratterizzando, di fatto, la contrattazione di secondo livello che, nel comparto Ministeri, ma più in generale nel P.I., appare una costruzione quanto mai artificiosa, poiché priva di risorse fresche derivanti da specifici investimenti delle Amministrazioni, finanziata esclusivamente dai proventi che scaturiscono dai citati Fondi.

Per cui si assiste al paradosso che, mentre negli anni, in base alle politiche messe in atto, si sono portati gli stipendi al limite della soglia di povertà (cosa da noi affermata da tempo e recetemente scoperta da diversi istituti di ricerca), nel contempo, le amministrazioni e in particolare Cgil, Cisl e Uil hanno salutato con enfasi l'affermarsi della contrattazione integrativa nel Comparto e nel P.I. in generale.

Contrattazione integrativa, è bene ribadirlo, basata essenzialmente sulle risorse sottratte al parziale recupero del potere d'acquisto delle retribuzioni e che, attraverso l'istituzione del cosidetto "salario di produttività", vengono poi erogate in maniera discriminatoria e arbitraria fra i lavoratori (progetti di produttività collettiva e individuale, posizioni organizzative, livelli super, ecc.) attraverso sistemi di valutazione iniqui creati artificiosamente o, in altri casi, utilizzate per flessibilizzare ulteriormente i rapporti di lavoro monetizzando, ad esempio, lo svolgimento di mansioni diverse dalle proprie o incrementi dell'orario di lavoro.

Altro paradosso, è l'utilizzo di tali fondi per finanziare i passaggi di posizione economica (tra l'altro non generalizzati) all'interno delle aree, per cui ogni lavoratore, nei fatti, paga la sua crescita professionale o, peggio ancora, tutti i lavoratori pagano l'elevazione professionale di alcuni.
Poiché una parte dei fondi è costituita dai risparmi di gestione sul personale, per lo più derivanti dal blocco del turn over, si lega un incremento degli stessi al ridimensionamento degli organici, con il conseguente aggravio dei carichi di lavoro per singolo dipendente, il peggioramento o taglio dei servizi resi alla cittadinanza e la perdita di posti di lavoro pubblici.

Inoltre, in base a quanto previsto dalla legge finanziaria 2006, e non modificato nel testo licenziato dal Consiglio dei Ministri per il 2007, si stabilizzano i Fondi agli importi del 2004 con il fine di limitare il peso all'interno degli stessi dei risparmi sul personale, che progressivamente andrà in economie di gestione, ed aumentare quello degli accantonamenti derivanti dai contratti.
Dobbiamo denunciare, con forza, l'artificio rappresentato dall’attuale contrattazione di secondo livello evidenziando la sua inconsistenza e ambiguità, evitando ogni comportamento, anche in buona fede, che la legittimi agli occhi dei lavoratori e attaccando quelle organizzazioni sindacali che la esaltano e la utilizzano per arrivare all'erogazione di salario accessorio in maniera profondamente selettiva, per deprecabili scelte politico sindacali o, perché, funzionale al perseguimento delle proprie finalità clientelari.

E' necessario rilanciare con più forza e tensione ideale il conflitto per ridare dignità alle nostre retribuzioni, avendo chiaro che la richiesta di aumento salariale fa parte di una più generale battaglia per una diversa distribuzione della ricchezza.

Non è possibile tollerare che, mentre nel paese le classi che si sono arricchite grazie all'evasione fiscale, all'elusione contributiva, all'aumento incontrollato dei prezzi, alle speculazioni finanziarie ed edilizie, fanno sfoggio delle proprie ricchezze e ostentano il proprio tenore di vita in maniera sempre più arrogante, ci siano intere categorie di cittadini, fra le quali anche i lavoratori del comparto ministeri, cui è negato il minimo vitale e in conseguenza di ciò fondamentali diritti di cittadinanza, non ultimo l'accesso alla cultura (cinema, teatro, libri, musica, ecc.).

Questa sofferenza è ulteriormente amplificata dal testo della legge Finanziaria 2007 licenziata dal Consiglio dei Ministri, che prevede risorse ridicole per il 2007 (807 milioni di euro), uno stanziamento a decorrere dal 1 gennaio 2008 di 2193 milioni di euro e nessuna risorsa per il 2009. Questi stanziamenti, a regime, produrranno un aumento medio lordo pro capite di circa 97 euro.

Con tale scelta si mette in discussione l'attuale assetto contrattuale (il biennio economico diventa un triennio) in linea con quanto più volte dichiarato dal Governo.

Altro che ridistribuzione della ricchezza prodotta!

A pagare sono ancora una volta i lavoratori dipendenti ed è per questo che abbiamo l'obbligo di mobilitarci, da subito, per pretendere risorse economiche garantite e necessarie alla definizione del prossimo contratto che dovrà segnare un netto spartiacque con il passato, assicurando il potere d'acquisto, individuando meccanismi di omogeinizzazione dei trattamenti salariali e assegnando tutte le risorse disponibili in busta paga.

In merito al salario accessorio, nella prossima piattaforma contrattuale andrà riproposta, con determinazione, la necessità di perequazione dello stesso nel Comparto ed in prospettiva con il resto del Pubblico Impiego.

Altro fondamentale obiettivo è l'istituzione della 14ma mensilità storicizzando quote consistenti dei Fondi unici di Amministrazione.

E' quanto mai necessario rilanciare le lotte per una nuova scala mobile che garantisca i salari dall'inflazione reale e ridia, agli aumenti contrattuali, la funzione progressiva che gli è propria, elevando le condizioni di vita dei lavoratori attraverso il supporto alla nostra proposta di legge di iniziativa popolare e caratterizzando con maggiore radicalità le rivendicazioni salariali.

La lotta per un salario dignitoso, è anche lotta contro la spinta che si vuole dare ai lavoratori ministeriali e pubblici verso il lavoro nero, alimentata da chi, in questi anni, attraverso la compressione salariale ha determinato condizioni economiche che pongono le famiglie monoreddito sotto la soglia di povertà.

A questi obiettivi generali propri di tutta la CUB, bisogna affiancare e rivitalizzare le rivendicazioni e le battaglie che nel pubblico impiego e nel comparto ministeri la RdB P.I. ha da sempre sostenuto:

 
ordinamento professionale e diritto alla carriera.

La piaga del mansionismo, già pesante all’inizio degli anni ’90, ha raggiunto livelli insostenibili a seguito della riduzione degli organici per effetto dei tagli e del blocco delle assunzioni.

 


Nei ministeri, gli effetti del nuovo ordinamento professionale introdotto con il CCNL 1998-2001 non ha sanato affatto questo fenomeno, non ha riconosciuto la maggiore professionalità acquisita dai dipendenti e, per la maggior parte degli statali, i passaggi di livello a otto anni dal contratto che li introduce rimangono un miraggio.

Situazione ben diversa negli altri comparti pubblici dove si è già arrivati al secondo ed anche al terzo passaggio di livello con la scomparsa (in molti Enti) dei livelli più bassi e, come nel caso del parastato, si sta andando verso l’area unica facendo sparire anche l’area B.

Una serie di sentenze, decreti, leggi stanno inceppando anche negli altri comparti questo meccanismo. Ultima esempio la sentenza del Consiglio di Stato del 5.5.2006 che sancisce la contestualità dei concorsi con i posti lasciati agli esterni che, visto il blocco delle assunzioni, significa il blocco di qualsiasi concorso interno.

Nei Ministeri questo “inceppamento” ha funzionato fin dalla prima applicazione per cui, salvo rari casi che interessano una percentuale minima dei 200.000 dipendenti, i lavoratori sono bloccati nei livelli di inquadramento in cui sono stati assunti nonostante il costo dei passaggi all’interno delle aree siano a completo carico dagli stessi lavoratori (FUA).

Non è possibile più tollerare una situazione di mansionismo e di immobilità delle carriere che dura ormai da più di 25 anni ne, è possibile più accettare il contentino delle posizioni Super (da cui gran parte dei lavoratori sono esclusi).

Dobbiamo rilanciare una campagna nazionale nel comparto che veda al centro l’obiettivo di un immediato passaggio di livello a carico delle Amministrazioni (a parziale sanatoria di decenni di immobilità), scomparsa dell’area A e la modifica dell’ordinamento professionale che preveda l’area unica di inquadramento e sviluppi di carriera “naturali” finanziato dai bilanci dei ministeri.
 
la tassa sulla malattia.

Il CCNL 1994-97 ha introdotto l’Indennità di Amministrazione nel comparto che è nata male in quanto differenziata da ministero a ministero (addirittura anche all’interno dello stesso ministero) e legata alla presenza. Pe cui, viene decurtata la quota parte relativa alle assenze per malattia inferiori a 15 giorni.

Riaffermiamo la cancellazione della “tassa sulla malattia” quale odioso balzello che penalizza chi già è penalizzato per motivi di salute e impedisce di considerare questa voce retributiva come fissa e continuativa ai fini del calcolo pensionistico e della liquidazione.

 
indennità di amministrazione.

Riprendere la battaglia per la perequazione dell’indennità di amministrazione fra tutte le amministrazioni del comparto (visti anche gli accorpamenti e successivi scorpori che periodicamente ci propongono) e arrivare all’inserimento dell’indennità di amministrazione nel tabellare, riaffermando il principio che “a parità di lavoro, parità di salario”.

 
il prelievo fiscale sui buoni pasto.

L’aumento del valore del buono pasto, strappato nell’ultimo biennio economico grazie alla caparbietà della RdB, nasconde la trappola della tassazione della quota eccedente le vecchie 10.300 lire circa. Questo significa che l’importo del ticket non è di 7 euro.

La norma, che fissa il tetto di tassazione, è vecchia ormai di circa 20 anni ed è impossibile che non venga aggiornata vista la crescita esponenziale del carovita.

Chiediamo che il valore minimo sia fissato a 10 euro indicizzato e che sia successivamente monetizzato in busta paga favorendo, così, un ulteriore recupero salariale. A livello di Amministrazione, va altresì chiarito che il lavoratore, a qualsiasi titolo, ha diritto al buono pasto e/o al servizio mensa qualora superi le 6 ore lavorative, superando il principio applicato già in alcuni dicasteri o categorie (magistrati).

Oltre a questo fronte, che è comune a tutto il pubblico impiego, si apre questo anno quello per il rinnovo delle convenzioni Consip sempre al massimo ribasso e senza, quindi, nessuna certezza circa l’effettiva esigibilità dell’intero valore del Ticket.

 
la democrazia sui luoghi di lavoro.

Riaffermare, con forza, il principio della rappresentanza attraverso il consenso dei lavoratori e non con la firma dei contratti in cui è il datore di lavoro a legittimare il sindacato.

E’ chiaro, che in questo nuovo quadro politico, con il programma di governo che già preannunciava “lacrime e sangue” per i lavoratori (in special modo quelli pubblici) e la ripresa della concertazione (con Cgil, Cisl e Uil a garanzia della pace sociale) la RdB/CUB rappresenta un serio pericolo per chi ha individuato dove prendere i soldi per il risanamento dei conti pubblici (tagli alle pensioni, ai servizi pubblici e sociali, precarietà).

L’attacco non si farà attendere.

Superati gli scogli che la precedente fase concertativa ci aveva posto dinnanzi, si profilano ulteriori tentativi di mettere il bavaglio alla RdB.

Dai tentativi di coinvolgerci in un abbraccio mortale con iniziative unitarie, ai tavoli separati, all’esclusione dai tavoli perché non firmatari del biennio economico, all’attacco ai nostri delegati e RSU, alla riabilitazione di sindacati che non rappresentano nessuno.

La risposta deve essere, come sempre, chiara, forte e di massa.

La ripresa del protagonismo delle strutture RdB nei luoghi di lavoro sui contenuti legati agli interessi reali dei lavoratori, la visibilità sul territorio con iniziative di lotta, una campagna di adesione massiccia sono le risposte che più garantiscono l’organizzazione dai tentativi che metteranno in atto le controparti e daranno, ai lavoratori, la motivazione per la difesa della presenza della RdB all’interno dei luoghi di lavoro e nel panorama sindacale del Paese.

 

I processi di privatizzazione e di esternalizzazione dei servizi pubblici hanno prodotto effetti devastanti negli enti e nelle amministrazioni pubbliche con squilibrio di funzioni e di ruoli tra pubblico e privato; è stata penalizzata l’erogazione delle prestazioni al cittadino e si sono, conseguentemente, aggravate le condizioni dei lavoratori pubblici.


L’intero riassetto della P.A. va affrontato in maniera organica ed unitaria ma, a partire proprio dagli effetti devastanti prodotti dalle esternalizzazioni che costituiscono un incremento di spesa, e non un risparmio, con un’inevitabile riduzione della qualità delle prestazioni, consentono forme di finanziamento occulto per forze politiche e gruppi economici, introducono forme di lavoro precario e limitano le tutele dei lavoratori, indeboliscono il potere contrattuale dei lavoratori a tempo indeterminato, diventando strumento di espulsione di lavoratori dal pubblico impiego attraverso la cessione di servizi che si configurano come vere e proprie cessioni di rami d’azienda
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Roma, luglio 2007

                                                                                              RdB CUB Pubblico Impiego
                                                                                                Coordinamento Ministeri

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