23 ottobre 2021, ultimo aggiornamento alle 04:14
Insieme siamo imbattibili.

“Fascia trasformata” del Ragusano, occorrono un piano emergenziale e uno sistemico per fermare lo scempio

Ragusa, 20/09/2021 16:06

La scorsa settimana la Federazione del Sociale dell’Unione Sindacale di Base (USB) di Ragusa, con la partecipazione straordinaria di Orsetta Bellani, ha organizzato un sopralluogo nella cosiddetta "fascia trasformata" del Ragusano. Nello specifico (in ordine geografico), il giro di perlustrazione ha riguardato le serre del litorale di Scoglitti, Vittoria ed Acate.

Di primo acchito, ciò che il sopralluogo ha offerto agli attivisti sindacali e alla scrittrice e reporter Bellani è stato uno spettacolo disarmante, che dovrebbe necessariamente trasformarsi in uno stato di agitazione e allarme generale per le condizioni ambientali in cui versa il litorale ibleo e, soprattutto, per le condizioni di vita alle quali sono costrette/i migliaia di lavoratrici e lavoratori.

Nella fascia trasformata, si assiste a scenari distopici concernenti le fasce più deboli della popolazione del ragusano, soprattutto straniere e stranieri provenienti dal Nord Africa, dall’Africa Subsahariana e dall’Europa dell’Est. Lo sfruttamento intensivo del suolo agricolo da parte di padroni senza scrupoli, di fatti, non è l'unica forma di abuso che si trova in questa terra e che USB continua a denunciare oramai da tempo immemore, agendo in situazioni al limite. È proprio in questo panorama socioculturale che, negli anni, si sviluppa il sistema corrotto del caporalato, una macchina mafiosa ed abusiva che produce denaro per pochi, a scapito degli ultimi, solitamente i migranti che, per via della loro condizione sociopolitica, si ritrovano coinvolti ed incanalati nel funzionamento di tale macchina: un processo produttivo senza contratti di lavoro o diritti lavorativi e sociali di alcun tipo.  Si tratta di una sorta di “repressione agricola” capace di ingenerare, negli anni, l’impiego massiccio di forza lavoro straniera, con turni massacranti in serra, abusi sessuali sistematici sulle lavoratrici, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, anche minorile (spesso sotto coercizione per le vittime), aborti illegali, sequestri di persona, diffusione di contratti di lavoro irregolari, mancanza dei diritti umani per gli "invisibili". Non si parla solo di sfruttamento sul posto di lavoro: il caporalato, lo si può paragonare al fenomeno dello schiavismo, dove le braccianti ed i braccianti vengono considerati in qualità di mera forza-lavoro, strumenti senza diritti e tutele da parte di datori di lavoro che abusano della loro posizione economica e di potere e sfruttano l’invisibilità dei e delle migranti, operando indisturbati senza regole e nella totale illegalità.

Le cause all’origine di questo fenomeno sono molte e complesse. I proprietari terrieri accusano la grande distribuzione organizzata (GDO) di stabilire prezzi a ribasso, costringendo le aziende agricole a drastiche riduzioni dei costi di produzione per stare al passo con il mercato, cercando in ogni caso di ricavarne il più possibile, tutto questo però a discapito dell'anello più debole dell'intera filiera agricola, il bracciante.

A fronte di un quadro sociale ed umanitario da lager, finanche l’ambiente viene devastato da un sistema produttivo insostenibile. Le tautologiche problematiche ambientali comportate da un utilizzo così massiccio della serricoltura sul territorio regionale risultano essere numerose e deleterie, nefaste.

Più nello specifico, parliamo di sfruttamento intensivo del suolo agricolo; dispersione incontrollata delle risorse idriche; avvelenamento di aria e di falde acquifere; deforestazione; avvelenamento da suolo attraverso l'utilizzo smisurato dei pesticidi; distruzione della biodiversità; equilibrio agroalimentare compromesso; aumento dell'emissione di gas serra, spiagge con litorali inquinati dalle sostanze tossiche smaltite in agricoltura; paesaggi dunali rovinati dalla presenza delle "dune di plastica"; inquinamento dell’aria e del suolo provocati anche dalle cosiddette “fumarole”; deforestazioni del territorio per occupare sempre più spazio destinato alle serre; pesticidi chimici velenosi emessi nell'ambiente, dannosi – se non mortali – in primo luogo per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori che vi lavorano a stretto contatto e, altresì, nocivi per l’ambiente per via del costante avvelenamento dell’aria e del suolo di un’intera area agricola e, ultimo ma non meno importante, utilizzo abusivo e spropositato di materiale plastico.

Questa condizione di grave inquinamento e devastazione ambientale è dovuta all’azione dei titolari delle aziende agricole che continuano a gettare sulla costa iblea materiale proveniente dagli scarti dell’agricoltura intensiva.

Trattasi di un processo che avviene poiché le aziende agricole non vogliono supportare il costo dello smaltimento regolare dei rifiuti nei centri specializzati di raccolta. Infatti, la cattiva gestione dello smaltimento non autorizzato di rifiuti è molto comune come strategia per risolvere il problema e, principalmente, è consuetudine usare due metodi: lo smaltimento a cielo aperto dei rifiuti tossici, oppure lo smaltimento non autorizzato di rifiuti tramite incenerimento, le rinomate "fumarole”. È noto che l'eccessivo consumo e riutilizzo del suolo abbia danneggiato negli anni la terra coltivata, compromettendo la biodiversità naturale con un degrado ambientale di notevole gravità. Questo fatto viene ignorato totalmente dalle agromafie, che nel frattempo cercano solo di arricchirsi e aumentare il valore del loro prodotto sul mercato imposto dalla Grande Distribuzione Organizzata (GDO).

Occorre immediatamente redigere un piano emergenziale e poi sistemico da attuare per fermare questo scempio che sta avvelenando la nostra terra e che, inconsapevolmente, influenza anche le nostre vite. Di là dalla consapevolezza della necessità culturale ed etica di una maggiore diffusione di corrette informazioni per indurre il consumatore ad effettuare scelte responsabili, urge non distogliere il focus dalla inevitabile urgenza di un’azione politica.

È proprio la politica locale ad assumere un ruolo centrale ed attivo, di fronte a questo spettacolo orwelliano: assume infatti le vesti dello spettatore silente, inerme, ignaro di ciò che avviene al di sotto del proprio naso.

D’altronde, non ci riguarda. È risaputo che la fascia trasformata si trovi in una favela brasiliana, dall’altra parte del mondo e che, tutto sommato, a Vittoria si viva bene, senza emergenza sociale alcuna, senza elezioni amministrative alle porte, dopo aver assistito al fallimento umano e culturale di un comune sciolto per mafia.

Evidentemente, la politica vittoriese, da destra a “sinistra”, ha già perlustrato le zone adibite alle coltivazioni serricole e non ha nulla da ridire in merito. Del resto, sono condizioni di vita accettabili, se sei nero/a e non ‘porti voti’.

USB Ragusa lancia un appello affinché la politica locale tutta si assuma almeno l’impegno di portare alla luce – grazie anche alla visibilità della campagna elettorale – ciò che, da anni, continua a scorrere nell’ombra. Solo così si potrà perlomeno iniziare a controllare il sistema delle agromafie, indirizzando la nostra terra verso un’impronta di giustizia sociale ed uno stampo ecologico, che abbia rispetto delle vite dei lavoratori, dei loro diritti e dell’ambiente tutto.

Federazione del Sociale USB Ragusa

 

Credits to:

  • Michele Mililli (Responsabile della Federazione del Sociale USB Ragusa)  Organizzazione Sindacato di Strada;
  • Giuseppe Prato (Responsabile del Sindacato di Strada FdS USB Ragusa)  Organizzazione Sindacato di Strada;
  • Orsetta Bellani (Reporter e scrittrice del libro “Indios senza re”)  Partecipazione al Sindacato di Strada;
  • Anna Basagni (militante FdS USB Ragusa ed attivista ambientale)  Montaggio video e testo;
  • Veronica Indigeno (Referente Sindacato Lavoratori Nuova Generazione [SLANG] della FdS di USB Ragusa) Testo, comunicato.

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