Nella sua recente comparsa al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, il presidente dell’Inps Gabriele Fava ha lanciato una proposta per risolvere il problema delle pensioni da fame, già significativamente presente oggi e destinato - in mancanza di interventi strutturali per contrastarlo - a divenire dirompente nel prossimo futuro.
L’idea è quella di aprire un “libretto previdenziale” (o conto assicurativo individuale) già per i neonati, con un piccolo contributo iniziale statale e versamenti regolari dei genitori, con il sistema della capitalizzazione individuale. Questo fondo di accumulo dovrebbe sommarsi ai contributi versati all’Inps e quindi andare a incrementare l’importo della pensione.
Secondo Fava, il problema delle pensioni da fame non si risolve con impiego stabile e salario dignitoso generalizzato, né tantomeno con la lotta al lavoro nero e allo sfruttamento: la chiave di tutto è l’autotassazione dei poveri.
La proposta è ipocrita e paternalistica. Accusa implicitamente i pensionati a basso reddito di essere stati poco previdenti e invita gli attuali lavoratori e lavoratrici poveri a essere più responsabili, ripartendo la propria miseria su tutto l’arco della propria vita, non solo lavorativa: dalla culla alla tomba. Uno zainetto e un libro in meno per i bambini di oggi in cambio di un caffè e un giornale al bar per i vecchi di domani.
La proposta sottende ovviamente il definitivo declino della possibilità di avere una pensione pubblica dignitosa e prefigura lo strapotere e gli smisurati profitti dei gestori dei fondi pensione, che approvano e ringraziano, a partire dal presidente del Covip Mario Pepe.
Riguardo alla gestione del “salvadanaio dei lattanti”, Fava fa infatti sia un’ipotesi che la demanda allo stesso Inps, sia una che vede l’intervento dei fondi pensione (che si articolano in negoziali, gestiti dai sindacati gialli, e aperti, gestiti da banche e assicurazioni). In entrambi i casi, sono caratterizzati da elevatissima finanziarizzazione e subordinazione ai grandi investitori speculativi statunitensi, alti costi di gestione, nessuna trasparenza e nessuna difesa dall’inflazione.
Attribuire all'Inps la gestione di questo "libretto di risparmio", significherebbe trasformarlo in una banca d'affari, passando dalla previdenza pubblica solidale (a ripartizione) alla capitalizzazione individuale. L’alternativa sarebbe regalare soldi a speculatori privati e sindacati complici del governo.
Il solo ipotizzare uno scenario del genere evidenzia la distanza incolmabile del presidente Fava dagli scopi dell’Istituto che è stato chiamato a guidare. Gli interessi di cui è portatore sono addirittura antitetici rispetto a quelli dei lavoratori e delle lavoratrici del paese.
Se la certezza di una pensione dignitosa viene sostituita da un gioco d’azzardo legato agli andamenti dei mercati, la previdenza cessa di essere sociale e diventa un prodotto finanziario. Il presidente dell’Inps vorrebbe liquidare la previdenza sociale e sponsorizza la speculazione privata. Il suo progetto, perfettamente inserito nelle logiche padronali del governo Meloni, va ostacolato con ogni mezzo.
Il paese ha bisogno di un piano straordinario di assunzioni e del rilancio del settore pubblico, della riduzione del gap di genere, sia nell'accesso al lavoro che nei salari, che già oggi penalizza maggiormente
la pensione delle donne e alimenta l'inverno demografico, dell’introduzione di un salario minimo di 2000 euro netti mensili e di una pensione di cittadinanza il cui importo minimo prescinda dai contributi versati. Va assicurata la sicurezza sul lavoro e incrementata l’attività di vigilanza, contrastando il lavoro nero e l’evasione fiscale e contributiva.
Respingiamo al mittente proposte demagogiche e paternalistiche, tese a giustificare le diseguaglianze e a perpetuare i privilegi.
USB Pubblico Impiego