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Tim macina utili ma chiede nuova cassa integrazione. USB: ora basta, presidio giovedì 15 ore 10:00 sede di Corso Italia

Roma,

USB ha convocato un presidio sotto la sede TIM di Corso Italia per giovedì 15 aprile alle 10,00 per protestare contro l’ipotesi, ventilata da TIM in questi giorni, di un nuovo ciclo di “solidarietà espansiva” motivato, a suo dire, dalla necessità di “completare” il ciclo di assunzioni avviato nella precedente “solidarietà espansiva”.

USB dice basta! È dal 2010 che Telecom Italia-Tim salvaguarda i suoi profitti comprimendo i salari con gli ammortizzatori sociali, riducendo il personale attraverso i prepensionamenti e vendendo quote di importanti pezzi di azienda.

Al contrario, non c’è alcun piano di rilancio di un’azienda strategica nella teoria ma preda degli squali della finanza nella realtà. In questi anni ci si è avventurati in improbabili piani di spezzettamento dell’azienda, svendendo i brandelli a partner sedicenti strategici che però nei fatti fagocitano i business più redditizi.

L’ipotesi di una nuova solidarietà suona ancora più arrogante dopo la relazione finanziaria 2020 che, in un anno orribile per l’economia italiana, ha registrato il conseguimento di ragguardevoli ricavi negli ultimi trimestri.

Tim non è un’azienda in crisi, tutt’altro, visti gli utili ottenuti dall’esponenziale aumento del traffico e delle linee dati (+171% di attivazioni solo nell’ultimo trimestre 2020), insieme alla drastica riduzione dei costi operativi ottenuta grazie alla chiusura di decine di sedi, risparmiando affitti, utenze, logistica, pulimento e ristorazione.

Lo stesso management aziendale, presentando il nuovo piano industriale definisce Tim “società con credibili prospettive di crescita, anche grazie al previsto miglioramento del contesto macroeconomico e del settore Telco, che rientra tra i principali beneficiari del Next Generation EU”.

Tim ha ottenuto inoltre importanti finanziamenti statali per l’elargizione di centinaia di corsi di pseudo formazione ai dipendenti, costretti in orario di lavoro a svolgere corsi intensivi sui più disparati campi dell’innovazione digitale ma con il dovere di svolgere contemporaneamente la propria attività lavorativa. Tali corsi sperperano risorse pubbliche e, per come sono erogati, sono del tutto inutili per migliorare le competenze dei lavoratori.

Dopo un anno intero di azioni solo virtuali, dunque, ci è sembrato doveroso affiancare alla nostra posizione di fermo e deciso rifiuto della nuova ipotesi di cassa integrazione, la nostra presenza fisica di RSU USB, in rappresentanza dei lavoratori stremati da un anno di pandemia che, nonostante tutto, si sono adeguati con estrema professionalità e responsabilità alle nuove modalità di lavoro in smart working.

Formazione con finanziamenti statali, solidarietà, riduzione dell’orario di lavoro e di stipendio. Cosa altro ancora? Sempre e solo sulle spalle dei lavoratori.

Ma non vi basta proprio mai? Vergogna!