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USB Scuola al Sierra Maestra di OSA e Cambiare Rotta. Studenti e lavoratori uniti per "Formare un Mondo Diverso"

Nazionale,

USB Scuola al Sierra Maestra di OSA e Cambiare Rotta.

Si chiudono in questi giorni le giornate del Sierra Maestra Camp di Paestum, organizzato da OSA e Cambiare Rotta, e USB Scuola ha scelto di esserci non come ospite, ma come parte viva di un percorso che condivide da tempo con questi compagni. Quello di una scuola e di un'università che rifiutano di diventare terreno di reclutamento per il complesso militare-industriale. Quello di una scuola che vuole resistere e contrattaccare rispetto alla trasformazione neoliberista realizzatasi negli ultimi trent’anni.

In questi giorni, tra i workshop, le assemblee, i momenti di formazione politica e i confronti informali sotto le tende, abbiamo lanciato ufficialmente la campagna "La conoscenza non marcia", nata da un lavoro di inchiesta e di analisi che documenta, punto per punto, come università, scuola e ricerca italiane siano sempre più integrate nei meccanismi del riarmo europeo: accordi con l'industria bellica, corsi tenuti da militari, la "cittadella dell'aerospazio" di Torino come modello da esportare in ogni territorio.

Il momento più significativo di queste giornate è stata la tavola rotonda del 19 luglio, in cui la campagna contro la militarizzazione della scuola presentata il giorno prima con il lancio della petizione popolare si è saldata a una prospettiva più ampia: da quel confronto è nata l'alleanza studenti-lavoratori per costruire un mondo diverso. Non un semplice slogan di chiusura, ma la messa a fuoco collettiva di ciò che il campeggio intero ha provato a costruire in questi giorni: il riconoscimento che chi studia e chi lavora nella scuola condividono lo stesso nemico e la stessa battaglia, e che solo insieme, non per affinità sentimentale, ma per un interesse materiale e di classe comune, si può invertire un modello che vuole soggetti disciplinati, disponibili, arruolabili, tanto nei luoghi di lavoro quanto in classe.

Non a caso, è tornata al centro del dibattito una domanda che è insieme storica e attualissima: quale funzione liberatrice ha oggi il sapere? Non è retorica. È la domanda che ci siamo posti discutendo di scuola, perché la stessa istruzione che dovrebbe emancipare può, se lasciata nelle mani sbagliate, diventare strumento di riproduzione delle gerarchie esistenti, di classe e classiste, prima ancora che militari.

Ed è qui che il confronto di questi giorni ha toccato un nervo scoperto, spesso rimosso persino dalla sinistra cosiddetta democratica e riformista: il cosiddetto "scuolocentrismo", cioè l'idea per cui basterebbe la "democratizzazione" della scuola, vale a dire la sua natura di massa, per democratizzare automaticamente la società intera. È stato, per decenni, l'alibi che ha permesso a una certa sinistra riformista di non affrontare il tema della struttura di classe della società, delegando alla scuola un compito di redenzione che la scuola, da sola, non può assolvere. Non può esistere una scuola giusta dentro una società classista; e non si può pensare la scuola come soggetto capace di correggere le disuguaglianze che riproduce, senza intervenire sui rapporti sociali nel mondo del lavoro da cui quelle disuguaglianze nascono. La questione della scuola è, appunto, politica: il modello di scuola è il modello di società.

I dati confermano quanto questo non sia un esercizio astratto. L'Italia ha uno dei divari più alti d'Europa nella trasmissione del titolo di studio tra generazioni: nella fascia 25-34 anni, il 63% di chi ha un genitore laureato consegue a sua volta la laurea, contro appena il 15% di chi ha genitori diplomati. E la selezione avviene già prima, nella scelta della scuola secondaria: il 70% degli studenti dei licei si iscrive all'università, contro il 15% di chi proviene da percorsi tecnici o professionali. L'ascensore sociale, semplicemente, non funziona e la scelta del percorso scolastico a 13 anni pesa sull'intera traiettoria di vita di un giovane.

Su questo terreno già diseguale agiscono le stesse forze neoliberali che abbiamo denunciato per la militarizzazione: la spinta alla mercificazione di scuola e università, la subordinazione costante dell'istruzione alle logiche dell'accumulazione di capitale. La questione della scuola non è più, dunque, materia di sterile pedagogismo o tecnicismo, né semplice questione gestionale: è una questione che riguarda il futuro stesso della società.

Non è stata una parentesi militante isolata. È stato un momento di costruzione: perché la battaglia contro la militarizzazione della scuola, contro la sua mercificazione e contro la disuguaglianza che riproduce, non si vince con un intervento saltuario o intellettuale, ma con un'organizzazione che tenga insieme studenti e lavoratori della conoscenza, che condivida analisi, strumenti e capacità di intervento nei singoli territori. Il campeggio è servito esattamente a questo: a passare dalla denuncia alla pratica organizzata, mettendo in rete le esperienze di chi, nelle scuole e negli atenei, già oggi si oppone a protocolli d'intesa con Leonardo, a stage in caserma, a corsi di orientamento che sono reclutamento travestito da opportunità.

USB Scuola porta a casa da questi giorni non solo la conferma di un'alleanza politica con Cambiare Rotta e OSA, ma un metodo, e ora anche una prospettiva più ampia da cui ripartire in ogni territorio: la convinzione che solo un blocco sociale che unisca chi studia e chi lavora nella scuola può davvero invertire la rotta di un modello che vuole soggetti disciplinati, disponibili, arruolabili, nel lavoro come nella vita.

La cornice di questi giorni, non a caso, porta il nome di una montagna da cui partì una lotta di liberazione. E chiudiamo con le parole di chi quella lotta la pensò prima ancora di combatterla, José Martí: essere colti è l'unico modo per essere liberi.

Da Paestum, la nostra lotta continua!