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Editoriali // Salari

Salari in perdita da trent'anni: serve un salario minimo che garantisca almeno 2000 euro per tutti e togliere l’IVA dai beni di prima necessità

Nazionale,

Due notizie ci danno da pensare, una è quella della prima decisione del neo premier britannico Burnham di togliere l’IVA dalle bollette delle famiglie garantendo così un risparmio medio di circa 45 sterline annue, la seconda è la relazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio italiano che certifica quello che tutti noi sappiamo da tempo, cioè la perdita secca dei salari italiani dal 1990 ad oggi di fronte ad una crescita di oltre il 35% nei Paesi OCSE.

In particolare colpisce la suggestiva proposizione dell’UPB secondo cui a tale perdita hanno contribuito principalmente due fattori, la pratica di operare sulle aliquote Irpef per far crescere un po’ i salari e la moderazione salariale, ovviamente complici i sindacati concertativi cgil cisl e uil che si sarebbero accontentati dello sgocciolamento economico che arrivava sulle buste paghe grazie agli sconti Irpef e hanno quindi ridotto dal 1990 la pressione per aumentare i salari. Risultato, le imprese hanno risparmiato un sacco di soldi, i salari sono rimasti al palo e la collettività tutta ha pagato attraverso la riduzione delle tasse quello che avrebbero dovuto sborsare i datori di lavoro se il sindacato avesse fatto il suo mestiere.

Intanto siamo alla vigilia di un nuovo Patto di luglio. I segretari confederali Landini, Fumarola e Bombardieri dopo aver ritrovato repentinamente e magicamente l’unità fra loro, omaggiando, chi prima chi dopo, il governo Meloni che non è più nemico per nessuno, nemmeno per la Cgil, hanno proposto ai padroni di vedersi il 30 di luglio per concludere e sottoscrivere un nuovo Patto. Oggi il pericolo viene dalla scricchiolante egemonia nelle relazioni sindacali a cui bisogna correre ai ripari chiedendo a gran voce nuove norme sulla rappresentanza sindacale e datoriale che blindi una volta e per sempre il loro ruolo di unici tenutari del diritto alla negoziazione,

Che in quell’occasione qualcuno alzi il ditino per proporre sommessamente la questione salariale è fuori discussione. Non si disturba il manovratore, soprattutto quando i padroni sono lì a brindare a champagne. Per i padroni, avere la certezza che ai tavoli di fronte a loro avranno sempre e solo cgilcisluil che non si sognano nemmeno lontanamente di scomodarsi a parlare di soldi è quanto di meglio possa capitare per continuare a lucrare sui salari. USB da tempo sostiene l’esigenza di istituire un salario minimo orario, con salari e stipendi che debbano garantire almeno 2000 euro netti in paga base per tutti, da incrementare con la contrattazione e il ripristino di un meccanismo di adeguamento vero all’inflazione; allo stesso modo togliere l’IVA dai beni di prima necessità, che è un’imposta indiretta e di fatto regressiva, potrebbe restaurare in parte il principio di progressività nel sistema fiscale previsto dalla Costituzione. Forse in questo modo le famiglie avrebbero un po’ di respiro, i soldi tornerebbero a circolare e l’economia ne troverebbe giovamento; di certo serve un vero nuovo autunno di lotte con al centro il diritto a salari, stipendi e pensioni adeguate.