Il commissariamento di Foodinho (Glovo) per caporalato non è un episodio marginale: è la fotografia di un modello fondato su sfruttamento, precarietà e negazione sistematica di diritti. I rider hanno lavorato per anni come finte partita iva ricevendo compensi insufficienti, senza tutele piene, con il costo del mezzo e della sicurezza scaricato sulle loro spalle.
La retorica dell’autonomia e del “lavoretto” occasionale è servita a lungo ad abbattere il costo del lavoro, ma oggi è ormai caduta: è evidente a tutti che il lavoro dei rider è pienamente inserito nella filiera della logistica dell’ultimo miglio, organizzato e controllato dalle piattaforme, che attraverso l’algoritmo hanno creato un vero e proprio caporalato metropolitano. Lo sfruttamento non riguarda solo le campagne del Sud Italia, ma attraversa le metropoli e assume forme nuove.
Questa vicenda non riguarda solo i rider. È il segnale di una condizione più generale che attraversa ampi settori del lavoro nel nostro Paese: salari che non tengono il passo con l’aumento dei prezzi, affitti sempre più insostenibili, inflazione che erode ogni entrata, precarietà permanente e diritti negati.
Un peggioramento causato anche da scelte politiche precise, segnate dall’economia di guerra e dall’aumento delle spese militari, mentre si comprimono salari, welfare e investimenti sociali.
E mentre cresce l’insicurezza materiale di chi lavora e fatica ad arrivare a fine mese, il governo Meloni risponde parlando di “sicurezza” ed emanando nuovi decreti che restringono gli spazi di agibilità democratica e criminalizzano il dissenso.
Si produce impoverimento e precarietà e poi si prova a governarne gli effetti sul terreno dell’ordine pubblico.
Noi rifiutiamo questa impostazione. La sicurezza reale è salario, diritti e tutele.
Per i rider significa stabilità contrattuale, tempo pieno e salari adeguati all’inflazione e non compensi a cottimo determinati da un algoritmo; contributi pienamente versati, ferie, malattia.
Significa potersi organizzare sindacalmente e anche spezzare il ricatto che lega precarietà lavorativa, diritto all’abitare e permesso di soggiorno.
In un settore composto in larga parte da lavoratori immigrati, l’insicurezza amministrativa diventa uno strumento di controllo. Noi rivendichiamo la regolarizzazione per tutte e tutti coloro che realmente producono la ricchezza in questo Paese.
E significa anche sicurezza sul lavoro reale: i rider consegnano ogni giorno nel traffico delle grandi città, in condizioni climatiche avverse ed estreme, giorno e notte, con mezzi interamente a loro carico e senza adeguati dispositivi di protezione individuale.
La bicicletta, lo scooter o la macchina usati per le consegne non sono un dettaglio: sono il primo strumento di protezione.
Se il mezzo è precario, se la paga è bassa, se la manutenzione grava sul lavoratore, se la corsa contro il tempo per ottenere la consegna successiva diventa la regola, allora il rischio viene strutturalmente scaricato su chi lavora, mettendo a repentaglio la loro vita.
Il 2 marzo a Milano alle ore 16.00 presso il CFUP in Viale Monza 140 promuoviamo come USB un momento pubblico di confronto e rilancio sul settore rider proprio a partire da questa consapevolezza. Il convegno nasce per trasformare le vertenze in proposta generale e piattaforma rivendicativa.
Il nostro obiettivo è chiaro: Pagamento delle differenze retributive e contributive pregresse; Riconoscimento pieno della subordinazione; Assunzione diretta di tutti i rider; Applicazione del CCNL Logistica, Trasporto Merci e Spedizione.
Real job, real contract non è solo uno slogan.
È la condizione perché la sicurezza smetta di essere infima propaganda e diventi salario, diritti e tutele reali.
Slang USB
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