Domani a Roma lavoratrici, lavoratori, studenti e pensionati scenderanno in piazza perché è ormai evidente che il Paese sta imboccando una direzione pericolosa.
La manifestazione nazionale del 14 marzo nasce dentro la campagna per il NO sociale al referendum del 22 e 23 marzo, ma il contesto di queste settimane ne ha ampliato ulteriormente il significato politico: costruire una risposta sociale alle politiche del governo Meloni e alla crescente militarizzazione dello scenario internazionale.
Lo abbiamo visto chiaramente proprio in questi giorni anche nel nostro Paese. Nei porti e nelle infrastrutture civili passano mezzi e materiali destinati ai fronti di guerra e cresce la preoccupazione tra lavoratori e cittadini per il coinvolgimento sempre più diretto della logistica civile nelle dinamiche del riarmo.
Le mobilitazioni che ieri si sono sviluppate tra Piombino, Livorno e Pisa contro il transito di convogli carichi di armamenti raccontano con grande chiarezza cosa sta accadendo: la guerra non è qualcosa che avviene altrove, ma entra sempre più dentro i nostri territori, nelle nostre infrastrutture, nei nostri porti e nelle nostre ferrovie.
Questo quadro si intreccia con una crisi sociale e industriale sempre più evidente. I salari restano tra i più bassi d’Europa, il costo della vita continua a crescere e interi settori produttivi sono attraversati da ristrutturazioni, cessioni e dismissioni che mettono a rischio migliaia di posti di lavoro.
Dall’acciaio all’automotive, dall’elettronica alla logistica, il sistema industriale del Paese continua a essere attraversato da processi di ridimensionamento e di disimpegno produttivo mentre manca una vera politica industriale pubblica capace di difendere e rilanciare le capacità produttive nazionali.
In questo contesto si prova sempre più spesso a presentare la riconversione militare come una possibile prospettiva. È una strada sbagliata e pericolosa. Non solo perché alimenta un’economia fondata sulla conflittualità globale, ma perché non è in grado di garantire sviluppo equilibrato, occupazione stabile e prospettive per il Paese.
L’Italia avrebbe bisogno di tutt’altro: investimenti pubblici nell’industria civile, nella ricerca, nella transizione energetica, nella messa in sicurezza del territorio, nella sanità e nei servizi pubblici.
Avrebbe bisogno di salari più alti, di lavoro stabile e di una vera politica industriale capace di rimettere al centro l’interesse collettivo.
Invece si continua a scaricare il peso della crisi sulle lavoratrici e sui lavoratori mentre si restringono progressivamente gli spazi democratici e si rafforza un modello politico sempre più distante dai bisogni sociali.
Per queste ragioni la piazza del 14 marzo a Roma rappresenta un passaggio importante di mobilitazione sociale e popolare.
Una piazza che vuole affermare con chiarezza che il futuro del Paese non può essere la guerra, l’impoverimento e la precarietà.
Serve un cambio di rotta radicale.
Per questo domani saremo in piazza.