La firma messa di fretta sullo stralcio della parte economica nel rinnovo del CCNL del comparto Istruzione e Ricerca appare quanto meno improvvida visto quanto sta accadendo nel mondo, con una guerra che sta facendo schizzare nuovamente prezzi ed inflazione. Uno scenario che è definito come particolarmente incerto e con effetti che andranno oltre la fine del conflitto in Iran (che peraltro ancora non si vede), non da noi, ma dal governatore della Banca d’Italia.
C’è il forte rischio che si vada verso un’ulteriore perdita del potere d’acquisto dei salari, dopo quella registrata nel 2022-2024 e la clausola di garanzia evocata da chi deve giustificare la firma non c’è, non si sa se ci sarà e soprattutto riduce il CCNL al mero recupero dell’inflazione di questo triennio, negando qualsiasi possibilità di redistribuzione della ricchezza nel paese delle disuguaglianze.
Le percentuali di aumento, riportate da qualche comunicato sindacale, calcolate non sulla massa salariale complessiva, ma solo su alcune parti di salario, nello specifico sul tabellare, sono un imbroglio nei confronti di lavoratrici e lavoratori per rivendersi una firma ingiustificata, almeno nella tempistica.
Gli aumenti sono del 5,4% così come da stanziamento nel piano di bilancio di medio termine. In linea con l’inflazione programmata, inferiori alle proiezioni che risentono degli effetti degli aumenti dei costi energetici.
Definire, come ha fatto ARAN, una crescita storica gli aumenti in valore assoluto di tre tornate contrattuali è un insulto all’intelligenza di lavoratrici e lavoratori che i calcoli se li fanno ogni giorno quando vanno a fare la spesa al supermercato, quando devono pagare le bollette o fare il pieno con salari che valgono sempre meno.
I salari reali sono diminuiti soprattutto a causa dell’inflazione registrata nel triennio 2024-2026. Questo è l’unico dato oggettivo, il resto sono giochini fatti sui numeri e sulla vita delle persone.
Si poteva e si doveva aspettare prima di firmare. La firma frettolosa serve solo al Governo Meloni per rilanciarsi dopo la sconfitta referendaria ed evitare l’apertura di un nuovo fronte in un momento di grande crisi interna.
Gli effetti reali sui salari li vedremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.
Un sindacato responsabile verso i lavoratori avrebbe dovuto usare maggior cautela e valutare con attenzione l’evolversi della situazione economica prima di arrivare ad una firma che potrebbe riportare ulteriormente indietro i salari reali. Peraltro questa accelerazione rischia di ipotecare gli aumenti anche negli altri contratti del Pubblico Impiego, proprio mentre il Governo regala alle imprese 1,5 miliardi: alla faccia delle risorse che non ci sono!
USB Pubblico Impiego sarà in piazza il 15 aprile sotto il Ministero della Pubblica Amministrazione, dal ministro Zangrillo, per chiedere lo stanziamento di risorse che determinino un’inversione di tendenza nel rapporto aumenti/inflazione e la democratizzazione del sistema delle relazioni sindacali che dia maggior ruolo alle RSU e cancelli qualsiasi penalizzazione per i sindacati che decidono di non firmare il contratto nazionale. Due elementi fondamentali per restituire ai contratti la funzione di redistribuzione della ricchezza e opporsi al dilagare delle disuguaglianze rese sempre più drammatiche dai costi della guerra scaricati su lavoratrici e lavoratori.